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L’AI entra nelle università, Garavaglia (Iulm): «Insegniamo come usarla ma non può sostituire il pensiero critico» – L’intervista

09 Aprile 2026 - 08:21 Gianluca Brambilla
La rettrice dell'ateneo milanese: «L'intelligenza artificiale è uno strumento richiesto da qualsiasi professione, non solo in ambito Stem. Noi la studiamo con un approccio umanistico»

L’intelligenza artificiale non è più solo una questione da ingegneri. La diffusione sempre più capillare di piattaforme di AI e chatbot è destinata a ridefinire non solo le professioni tecnologiche, ma anche i percorsi legati alle discipline umanistiche. Alla Iulm, università milanese ormai riconosciuta come un’eccellenza negli ambiti della comunicazione e delle lingue, è nato un corso di laurea magistrale in Intelligenza artificiale, impresa e società. Un percorso di studi in cui si impara ad applicare le tecnologie più avanzate ai processi di marketing e comunicazione. A un anno dalla laurea, fa sapere l’ateneo, il 94,4% degli iscritti ha trovato un lavoro. «L’intelligenza artificiale entra in tutti i corsi di studio, ma non può sostituirsi però al nostro spirito critico, al nostro giudizio e alla nostra capacità di pensare», spiega Valentina Garavaglia, rettrice della Iulm, in questa intervista a Open, rilasciata a margine della tappa milanese del progetto Pulsar.

Rettrice, quanto pesa oggi la domanda di competenze legate all’intelligenza artificiale nella progettazione dei corsi alla Iulm?

«L’intelligenza artificiale è uno strumento richiesto da qualsiasi tipologia di professione, non soltanto quelle in ambito Stem. Quindi ci riguarda, perché da un lato entra in maniera importante nel modo di studiare,  lavorare e approcciare non soltanto le materie, ma le future professioni. Per questo, l’AI entra in tutti i nostri corsi di studio e ci entra anche come corso di studio a sé stante, perché abbiamo una laurea magistrale in Intelligenza artificiale, impresa e società, che offre un approccio umanistico a uno strumento tecnologico».

Come è nata l’idea di creare quel corso di laurea?

«L’intelligenza artificiale applicata al mondo delle humanities – e quindi alla comunicazione, al marketing e a tutte quelle abilità che vanno dal video al digital, alla costruzione di campagne e prodotti creativi – è la naturale focalizzazione in termini critici di qualcosa che è strutturalmente Iulm, ossia le lingue, la comunicazione e le arti in generale».

Facoltà come interpretariato e traduzione sono tra le più esposte all’impatto dell’AI: come state ripensando questi percorsi?

«Lo studio delle lingue può essere immaginato, in apparenza, come sostituibile da uno strumento che vede la traduzione affidata a una macchina, ma non è così. Certamente bisogna acquisire le capacità di utilizzare la migliore intelligenza artificiale da applicare allo studio delle lingue, dell’interpretariato e della traduzione. In questo senso i nostri corsi di studio si sono compenetrati di insegnamenti che utilizzano uno strumento che non può sostituirsi però al nostro spirito critico, al nostro giudizio e alla nostra capacità di pensare».

Avete strumenti o regole contro l’uso di chatbot per scrivere tesi di laurea e sostenere esami scritti? 

«Non accade solo all’università. La scuola ha a che fare con tutto ciò che una volta era il plagio e adesso si chiama intelligenza artificiale, ChatGPT o Gemini. Il problema non è questo. Il problema è insegnare ai ragazzi a usare uno strumento nel modo migliore e più corretto. Noi addirittura facciamo dei corsi per utilizzare la migliore intelligenza artificiale possibile su determinati ambiti».

La Iulm non forma gli ingegneri che stanno dietro gli algoritmi ma è un’eccellenza in alcuni ambiti, come la comunicazione e i media, tra i più esposti a questa trasformazione. Quale ruolo immaginate di giocare nei prossimi anni?

«La Iulm vuole lavorare su due concetti che mi stanno molto a cuore: la complessità e la realtà. L’obiettivo è intercettare la realtà nella sua complessità, così da decodificarla e trovare soluzioni che vanno nella direzione dell’impresa, della ricerca, della formazione dell’individuo nel complesso».

Molte università italiane stanno sperimentando modelli di didattica più flessibili, ad esempio percorsi ibridi tra online e presenza, pensati per studenti lavoratori. Avete avviato progetti in tal senso?

«I corsi di studio delle nostre tre facoltà sono tutti corsi in presenza. Il campus della Iulm è una realtà che presuppone un rapporto con il campus, dove accadono molte cose che diventano parte integrante dell’offerta. Questo perché ancora una volta la relazione con gli altri e l’esperienza di comunità è un principio fondante del nostro ateneo. Detto questo, abbiamo dei percorsi blended per quello che riguarda l’offerta dei master e quindi di una formazione permanente relativa anche al mondo degli adulti piuttosto che dei (3:16) professionisti. Non è detto che non si possa guardare anche al blended anche per alcuni corsi di studio, ma dobbiamo capire l’integrazione con la realtà del campus, che per noi è imprescindibile».

Cascina Moncucco, una delle residenze universitarie per gli studenti della Iulm, a Milano

Il caro affitti è diventato un tema centrale per gli universitari, soprattutto a Milano. Quali misure state mettendo in campo per sostenere gli studenti?

«Ci sono misure che  abbiamo già messo in campo. La Iulm è stata concepita con la residenza Santander, che offre dei veri e propri appartamenti ai nostri studenti, e con la cascina Moncucco, che è distante qualche centinaio di metri da noi. È una cascina lombarda che il comune di Milano ha dato alla Iulm. Noi l’abbiamo completamente ristrutturata e ora è una residenza meravigliosa per gli studenti. In più, abbiamo acquisito una palazzina in via Russoli che completa il campus e diventerà presto uno studentato».

Se dovesse indicare una priorità per i prossimi anni della Iulm, quale sarebbe?

«Ce ne sono tante. Se ne devo scegliere una, direi che cercheremo di lavorare sul bisogno che non è solo di formazione delle giovani generazioni, ma un bisogno di umanità, di inclusione, di sentirsi parte di una realtà. La comunità sta al centro, fa stare meglio e aiuta a studiare meglio e quindi ad essere dei professionisti, e delle persone soprattutto, più felici».

Foto copertina: ANSA/Matteo Corner | Valentina Garavaglia, rettrice dell’Università Iulm

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