Lavitola e l’ultima telefonata prima dell’arresto. «Se sono stato io, è stato anche Sigfrido», il sondaggio per Ranucci premier, gli affari in Africa e la bomba

Poche ore prima di finire in manette, Valter Lavitola si è messo in contatto con il sito MowMag, soprattutto per mettere in chiaro da parte sua una serie di indiscrezioni su traffici di denaro tra l’Italia e l’Africa. Negli scambi con la redazione non sono mancati anche commenti su Sigfrido Ranucci e su quanto sarebbe coinvolto, secondo il faccendiere, nella vicenda dell’attentato per cui Lavitola è finito in cella accusato di esserne il mandante. Prima ha mandato una mail, di domenica mattina: «Spero di non disturbare, scrivendoti di domenica. Sono Valter Lavitola. Vorrei parlarti, se possibile». Poi una lunga telefonata, proseguita via chat fino al mattino dell’arresto. A raccontarlo sono Moreno Pisto e Michele Larosa, che avevano contattato nei giorni precedenti un collaboratore di Lavitola attivo in alcune società africane, ricevendo da lui documenti su presunti movimenti di denaro tra Italia e Africa. Ed è proprio per provare a smontare quella versione che il faccendiere aveva deciso di farsi sentire.
Lavitola e il socio in Zimbabwe
Secondo la ricostruzione di Lavitola, il suo collaboratore zimbabwese, un avvocato con cui lavora da anni e a cui aveva ceduto una quota della società, starebbe ora giocando su due tavoli, cercando accordi paralleli con altri interlocutori, giornalisti compresi. Il punto debole, spiega, sta nel settore in cui opera, quello dei carbon credit, dove basta un problema di reputazione per mandare all’aria certificazioni dal valore altissimo. Da qui l’attacco durissimo verso l’ormai ex socio: «Lo Zimbabwe è purtroppo al tracollo […] e come purtroppo in gran parte dell’Africa la corruzione è endemica: questi per 100 euro fanno di tutto». Lavitola tiene comunque a precisare di non aver mai avviato azioni legali contro di lui, e ricorda che dietro l’operazione ci sarebbe un impianto finanziario con partner internazionali di peso.
Cosa ha detto sulla bomba e sul possibile coinvolgimento di Gomes
Sull’attentato e sull’ipotesi che possa aver saputo in anticipo del coinvolgimento di Gomes Tavares, uomo che descrive come «un figlio», Lavitola risponde di averlo appreso dalla televisione. Poi si lancia in un ragionamento che lui stesso definisce un’iperbole: «Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io, e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido». Un’ipotesi che lui stesso liquida come illogica, che già aveva raccontato in Procura. Ed ha elencato i motivi per cui Ranucci non avrebbe avuto nulla da guadagnarci: la scorta ce l’aveva già, gli ascolti non sono cambiati e le puntate di Report gli erano state confermate. Esclude anche la pista sentimentale, visto che secondo lui i due protagonisti non si conoscevano nemmeno, e liquida il possibile mandante istituzionale: «Non credo che ci sia qualcuno del governo che ha mandato i servizi segreti a mettere la bomba».
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Il sondaggio per Ranucci premier
Lavitola poi si dilunga sulla “questione politica”. Da tempo era emerso che stesse organizzando un sondaggio per valutare la popolarità di Ranucci come leader del centrosinistra. A modo suo, il faccendiere racconta perché non ci sarebbe legame tra la bomba fuori dalla casa del giornalista e il piano per lanciarlo in politica: «Si fa l’attentato a ottobre e poi il sondaggio a giugno? – dice Lavitola – Vuol dire che siamo deficienti? Ci sta pure questo. Ma c’è un elemento – per fortuna via WhatsApp – legato a una serie di ritardi dovuti al fatto che non riuscivo a mettere insieme i soldi per fare il sondaggio, e siamo riusciti a farlo proprio nella settimana in cui li hanno arrestati. Per cui ci fu una sovraesposizione mediatica, e mandai un messaggio a Stefano Cappellini (da poco direttore di Repubblica), che aveva collaborato a fare i sondaggi, dicendogli di sospendere i sondaggi perché sarebbero usciti falsati».
Cosa ha detto su Ranucci e sul caso Urban Vision
Lavitola smentisce con decisione anche i presunti legami tra il conduttore di Report e la società pubblicitaria Urban Vision, riducendo tutto a una cena organizzata su richiesta di terzi, senza alcun rapporto di consulenza. A quell’incontro, aggiunge, si era parlato semmai di un progetto legato proprio al carbon credit: la creazione di un’associazione per l’assistenza alle comunità locali africane, per cui stava cercando testimonial, tra cui Pupo e Patty Pravo, e per cui aveva pensato a una cena di raccolta fondi con la partecipazione di capi tribali locali, poi accantonata.
L’ultimo avvertimento prima dell’arresto
Prima di chiudere la telefonata, Lavitola torna a parlare dei suoi affari con il carbon credit ormai sfumati e avverte sul suo ex collaboratore in Zimbawe: «Attento a quello che dice il mio socio. Quelli che adesso gestiscono la società non se ne staranno fermi: una richiesta danni da 70, 80, 100 milioni non è uno scherzo». La chiacchierata continua via messaggio con Mow, ma si interrompe quando ormai Lavitola viene arrestato e portato a Rebibbia.

