Picchiava la moglie e la costringeva a mangiare nella ciotola del cane: condannato ma con pena dimezzata

Insultava la moglie, la picchiava e la umiliava, arrivando a costringerla a mangiare nella ciotola del cane, spesso davanti alla figlia dodicenne. Per l’uomo, un palermitano di 46 anni, il pm aveva chiesto 6 anni e 8 mesi di reclusione. Ma lo scorso 17 settembre i giudici hanno optato per una pena molto più lieve: 2 anni e 2 mesi, meno della metà di quanto chiesto dall’accusa. Come riporta la Repubblica Palermo, sulla decisione del Tribunale ha pesato positivamente la scelta dell’uomo di intraprendere un percorso di recupero per uomini maltrattanti. Nel corso del processo, inoltre, l’imputato aveva ammesso le proprie responsabilità.
Le dichiarazioni del legale dell’uomo
Per il legale del palermitano si tratta di «un grande esempio di ravvedimento possibile nei soggetti maltrattanti e un ottimo esempio anche della mandatoria funzione rieducativa della pena, che in questo caso ha prevalso sulla funzione preventiva e punitiva».
Il percorso di recupero intrapreso dal 46enne
Un anno fa l’uomo, risultato anche positivo alla cannabis, aveva scelto di intraprendere un percorso di riabilitazione e di uscita dalla tossicodipendenza: un percorso, secondo l’avvocato, «non facile e non finalizzato a ottenere benefici processuali ma a un reale recupero». Da allora ha incontrato due volte a settimana un’équipe di psichiatri, psicologi e counselor, mostrandosi fin dal primo giorno, secondo la relazione dell’Asp di Palermo, «disponibile e collaborativo» nel percorso di revisione delle proprie condotte. Le assistenti sociali hanno inoltre rilevato una «progressiva attivazione di processi di riflessione critica sulle pregresse condotte violente» e un «senso di responsabilità e motivazione al cambiamento», aggiungendo che l’uomo, pur attraversando «momenti di sconforto» legati proprio alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni, considera oggi quei comportamenti come errori che hanno causato dolore, riuscendo a «non identificarsi esclusivamente con essi».
La vicenda
La vicenda giudiziaria era iniziata nell’agosto del 2025, quando la moglie, di tre anni più giovane, dopo aver trovato accoglienza in una comunità protetta, aveva denunciato i maltrattamenti subiti negli anni di matrimonio.
Era così emerso un quadro fatto di violenze psicologiche e fisiche: insulti gravissimi, sputi, calci, schiaffi e cinghiate, fino ad arrivare, almeno in un’occasione, alla cena servita nella ciotola del cane. «Mangi a terra perché ti comporti di m**» le avrebbe detto, costringendola a finire il pasto sul pavimento e minacciandola: «altrimenti ci saranno conseguenze». Spesso la donna veniva sbattuta contro il muro, costretta a lavare le stoviglie nella doccia e colpita con posate, posacenere e accendini. A scatenare la violenza erano motivi futili: le pulizie, la quantità di cibo e un’insofferenza generale verso la donna, di cui, come si legge negli atti, «non sopportava la voce».
La donna ha raccontato agli inquirenti che l’uomo «alternava momenti di affetto e amore a momenti di insofferenza». All’inizio della convivenza si trattava soprattutto di critiche, «del tipo tieni la casa sporca»; poi, progressivamente, era subentrata la violenza fisica, con episodi «quantomeno settimanali». Finché, una notte d’agosto del 2025, la donna ha deciso di dire basta e ha lasciato la casa in cui vivevano. Quella stessa sera, secondo il suo racconto, il marito avrebbe tentato di convincerla a restare fino al giorno dopo, per andarsene con calma, «a patto che dormissi sul pavimento della cucina».

