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Il cantiere del nuovo data center alle porte di Roma che punta a limitare l’impatto ambientale (e le proteste)

01 Ottobre 2026 - 22:48 Roberta Brodini
data center Digital Realty Roma
Nel Municipio IX, il primo modulo da 3,2 megawatt sarà operativo dalla primavera del 2027. L'assessore all'Urbanistica lo difende: «Recuperiamo uno spazio abbandonato senza consumare nuovo suolo»
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Roma si prepara a ospitare un nuovo polo per l’infrastruttura digitale. Digital Realty ha presentato ROM1, il primo edificio del campus che l’azienda sta realizzando nel Municipio IX, nell’area che in passato ospitava il centro gestionale di ACEA in via delle Testuggini, in zona Trigoria. Il progetto è destinato a svilupparsi nel tempo con sei data center, per una capacità complessiva di 35,2 megawatt. Il primo modulo, da 3,2 MW, dovrebbe entrare in funzione entro il 2027.

roma nuovo data center Digital Realty

Un progetto da 22 ettari

Il campus occuperà una superficie di circa 22 ettari, pari a 220mila metri quadrati. La realizzazione sarà progressiva: ROM1 rappresenta il primo tassello di un piano che comprende altri cinque edifici, fino a ROM6. Il primo data center avrà circa 5mila metri quadrati di superficie complessiva. La potenza iniziale sarà distribuita in quattro moduli, mentre il progetto complessivo prevede oltre 16mila metri quadrati di spazi tecnici destinati ai clienti.

L’idea di Digital Realty è utilizzare Roma non soltanto come luogo nel quale ospitare server, ma come punto di collegamento tra reti diverse. La struttura sarà infatti accessibile a operatori cloud, telecomunicazioni e aziende che necessitano di collegamenti diretti tra le proprie infrastrutture digitali. Il campus sarà collegato a tre sistemi internazionali di cavi sottomarini e al nodo romano dell’Internet Exchange NAMEX. Da qui i collegamenti potranno raggiungere Europa, Mediterraneo, Africa, Medio Oriente e Asia.

Dall’ex area ACEA alla nuova infrastruttura

Una parte significativa del progetto riguarda però lo spazio fisico nel quale sorgerà il campus. L’area di via delle Testuggini era occupata dal vecchio centro gestionale ACEA ed è oggi interessata da un intervento di trasformazione. Digital Realty presenta l’operazione come un intervento di recupero di un’area già urbanizzata, senza ricorrere a nuovo terreno agricolo o naturale. Il terreno, ha precisato l’azienda, è di proprietà di Digital Realty. Il progetto comprende anche una serie di opere esterne al data center con lavori di riqualificazione, il rifacimento della strada a doppio senso, nuovi marciapiedi e illuminazioni, ma anche parcheggi e opere di piantumazione, con 62 lecci.

Veloccia: «La vera impresa comincia quando parte il cantiere»

Alla presentazione del progetto è intervenuto l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Maurizio Veloccia, che ha ricordato di aver visitato l’area quando era ancora in condizioni di abbandono. «Sono molto contento di questo progetto perché risponde contemporaneamente a due esigenze: dotare il territorio di un’infrastruttura importante per la competitività delle imprese e del sistema Roma e recuperare uno spazio abbandonato, senza consumare nuovo suolo», ha spiegato l’assessore capitolino.

L’assessore ha sottolineato anche il valore della trasformazione urbanistica. A suo avviso, recuperare un’area dismessa significa restituirle una funzione e può contribuire a ridurre nel tempo le condizioni di degrado. Veloccia ha inoltre richiamato il tema delle ricadute sulla zona: oltre ai lavori sulla strada e agli interventi ambientali, la presenza della nuova attività potrebbe creare le condizioni per un rafforzamento dei servizi, compreso il trasporto pubblico. «Credo che da qui debba partire un messaggio da diffondere nella città: questi progetti si possono realizzare anche a Roma», ha aggiunto l’assessore, parlando della collaborazione tra amministrazione e investitori.

Il nodo dell’acqua

La costruzione di nuovi data center porta però con sé anche alcune questioni ambientali, a partire dalla quantità di risorse necessarie per mantenere operative le apparecchiature. Nel caso di ROM1, Digital Realty sostiene di aver scelto un sistema di raffreddamento a circuito chiuso. Un sistema che differenzia molto il modello italiano da quello americano, nel quale vengono utilizzate ingenti riserve di acqua per il raffreddamento. Così, nel circuito chiuso, il liquido utilizzato per trasferire il calore viene fatto circolare nuovamente nell’impianto, evitando, secondo l’azienda, un consumo continuo di acqua potabile.

Per il raffreddamento verranno utilizzati chiller Schneider Electric e sistemi Vertiv. L’azienda indica inoltre il ricorso al free-cooling, una modalità che permette di sfruttare le condizioni esterne favorevoli per ridurre il ricorso ai sistemi di raffreddamento tradizionali. Digital Realty non ha fornito una stima di consumo idrico comparabile con quella di altri data center, ma sostiene che ROM1 avrà un impatto trascurabile sulla rete idrica cittadina.

E il calore prodotto dai server?

Un altro problema riguarda il calore generato dalle apparecchiature che funzionano senza interruzione. La società sostiene che questo calore possa essere recuperato invece di essere semplicemente disperso. L’ipotesi indicata per il futuro è quella di utilizzare l’energia termica prodotta dal data center per alimentare, dove esistano infrastrutture adeguate, reti di teleriscaldamento destinate ad abitazioni o edifici pubblici. Non si tratta però di un intervento già operativo a Roma, dal momento che necessita di nuove infrastrutture.

L’energia e il consumo di suolo

Per l’alimentazione elettrica, il campus sarà coperto al 100% da energia rinnovabile certificata, sebbene in Italia il suo costo sia ancora molto ingente: «L’Italia è tra i Paesi più costosi dal punto di vista energetico», ha spiegato Alessandro Talotta, Executive Managing Director di Digital Realty in Italia, ma «potrebbe essere uno dei Paesi con il maggior sviluppo delle energie rinnovabili» in futuro. Nel frattempo, precisa, «è chiaro che il prezzo dell’energia viene trasferito ai nostri clienti e quindi noi dobbiamo essere molto efficienti, in modo da trovare aree di margine e mantenere i nostri prezzi allineati con quelli di mercato».

L’azienda non costruirà quindi direttamente impianti fotovoltaici nell’area del data center: l’elettricità sarà acquistata sul mercato e accompagnata dalle relative Garanzie d’Origine. Il tema del consumo di suolo viene affrontato invece attraverso la natura dell’area scelta. ROM1 sorgerà infatti su un sito già urbanizzato e precedentemente occupato da strutture ACEA. Secondo Digital Realty, il progetto non comporterà quindi la trasformazione di terreni agricoli per realizzare nuovi impianti energetici né l’occupazione di aree naturali.

I dati resteranno ai clienti

Un altro tema riguarda la gestione delle informazioni conservate all’interno del campus. Digital Realty precisa che il proprio ruolo è quello di mettere a disposizione gli spazi e l’infrastruttura necessaria al funzionamento dei sistemi dei clienti, senza possedere né accedere ai dati ospitati nelle strutture. La responsabilità delle informazioni rimane quindi ai soggetti che utilizzano il data center. L’infrastruttura fisica sarà invece di proprietà di Digital Realty, società quotata alla Borsa di New York. La presenza tra gli azionisti di grandi fondi internazionali, sottolinea l’azienda, riguarda la proprietà finanziaria della società e non attribuisce a questi soggetti un controllo sui dati dei clienti.

Data center: le proteste in Italia

Il tema dei data center resta caldo in Italia. Se Digital Realty racconta di aver trovato il sostegno della comunità locale per la riqualificazione di un’area da tempo abbandonata e assicura un impatto ambientale contenuto, con consumi d’acqua ridotti e nessun rumore percepibile dai centri abitati, in altre parti del Paese si moltiplicano le proteste. Come racconta Repubblica, da Milano a Lacchiarella, passando per Rho, Bollate, Magenta e Zibido San Giacomo, cittadini e comitati contestano diversi progetti per motivi ricorrenti: rumore, consumo di suolo e acqua, generatori di emergenza, calore prodotto dagli impianti e vicinanza alle abitazioni.

Un confronto che arriva anche nel Lazio. A Colleferro un comitato cittadino, contesta il progetto e il suo iter di approvazione, avvenuto attraverso una variante urbanistica che modifica la destinazione dell’area da agricola a produttiva. Tra le contestazioni c’è anche la decisione della Regione di non sottoporre l’intervento alla Vas, la Valutazione ambientale strategica. Secondo il comitato, considerati i pareri critici contenuti nella documentazione istruttoria e le possibili ricadute sul territorio, la procedura sarebbe stata invece necessaria. I progetti presentano caratteristiche diverse, ma nelle proteste torna la richiesta di valutare con maggiore attenzione l’impatto delle nuove infrastrutture sui territori che le ospitano. In alcuni casi i comitati chiedono anche una moratoria sui nuovi insediamenti.

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