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Battaglia sul testamento della principessa Brancaccio: l’avvocato chiede 5 milioni ma l’eredità andrà ai «cittadini romani bisognosi»

20 Ottobre 2026 - 11:46 Michela De Marchi Giusto
L'avvocato della principessa chiede 5 milioni di euro per le prestazioni professionali
Il legale rivendicava le prestazioni professionali anche come amministratore di sostegno, ma la Corte d'Appello di Roma ha bocciato il ricorso
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Non trova ancora una fine il contenzioso giudiziario sull’eredità della principessa Fernanda Ceccarelli Brancaccio, vedova di Marcantonio Brancaccio scomparsa il 22 ottobre 2014 a 107 anni. Come esplicitato nel testamento, i suoi beni, tra cui il Teatro Brancaccio di Roma, e titoli dal valore complessivo di 20 milioni di euro andranno ai «cittadini romani bisognosi». Una decisione non approvata dall’avvocato che l’aveva assistita, che dal 2014 ha iniziato un iter giudiziario per rivendicare 5 milioni di euro. Una cifra che, secondo lui, doveva essere tolta dalla somma destinata ai più poveri per ripagare il lavoro svolto sia come legale sia come amministratore di sostegno della principessa. Con la sentenza dello scorso 2 ottobre, la Corte d’appello di Roma ha bocciato il suo ricorso, dopo che anche in primo grado la causa era stata persa dall’avvocato, che ora dovrà rimborsare 30 mila e 700 euro di spese alle controparti.

Il primo contenzioso con l’unica parente della principessa

Non è la prima volta che l’eredità di Ceccarelli Brancaccio fa discutere. Il testamento era già finito al centro di una causa intentata dall’unica parente ancora in vita, Maria Luisa Bottini, pensionata che aveva un legame di quinto grado con la principessa. La donna dubitava dell’autenticità dei quattro documenti firmati da Ceccarelli Brancaccio, con la sola licenza elementare, quando aveva 102 anni. Con quegli atti destinava ai «cittadini romani bisognosi» il teatro Brancaccio di via Merulana, alcuni immobili in viale Manzoni, una tenuta agricola a San Gregorio di Sassola e titoli per circa 20 milioni di euro.

Perché l’avvocato rivendica 5 milioni di euro

A questa causa si è aggiunta quella dell’avvocato, che già nel 2014, dopo la morte della principessa, aveva preteso 5 milioni di euro. Secondo la sua versione, nel 2007 Ceccarelli Brancaccio gli avrebbe affidato un incarico articolato, definito nel tempo con vari accordi e atti, fissando il compenso a poco più di 5 milioni di euro, calcolati in proporzione al valore del patrimonio ereditario. Con la sentenza del 20 aprile 2021, invece, il Tribunale di Roma aveva ridotto la parcella a 32 mila e 378 euro.

Dai documenti risultava che il legale si fosse occupato di quattro sfratti poco complessi, di un reclamo contro l’amministratore di sostegno e di un’amministrazione volontario con rendiconto di quattro procedimenti penali di media difficoltà. E poi ancora dell’analisi delle disposizioni testamentarie per creare la Fondazione Marcantonio Brancaccio, di attività dopo la morte della principessa per cui non risultava alcun incarico e di molta corrispondenza. Secondo il giudice di primo grado, vista la grande distanza tra la somma chiesta e quella riconosciuta, due terzi delle spese di giudizio venivano compensati. Il terzo restante, circa 10mila euro, era stato posto a carico dell’eredità giacente.

Perché i giudici hanno negato il compenso all’avvocato della principessa

Dopo aver perso in primo grado, il legale è andato in appello, citando in giudizio la Fondazione e il sindaco pro tempore di Roma, che la gestisce. Ha nuovamente rivendicato 5 milioni e 1500 di euro per le prestazioni professionali fornite alla principessa dal 2007 al 2014 e poi ancora dal 2014 al 2020. Per la Corte d’appello, gli accordi stipulati dalla principessa con il suo legale prevedevano un compenso unico e complessivo, legato al valore di tutto il patrimonio. Questi patti, però, non erano mai stati sottoposti al giudice tutelare né approvati da lui.

Inoltre, dal 2008 la nobildonna era stata affiancata da un amministratore di sostegno. Una figura che, stando all’analisi dei giudici, si sovrapponeva all’incarico ricoperto dal legale per natura, scopo e periodo dei compiti assegnati. Per questo motivo, hanno concluso, lo stesso ruolo non può essere pagato due volte. La Corte d’appello di Roma ha sottolineato anche che un accordo privato non può servire a sfuggire alla vigilanza del tribunale sui beni di chi è sotto protezione. Nel caso specifico, la vedova del principe Brancaccio, le cui finanze erano all’epoca gestite proprio da un amministratore di sostegno.

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