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Israele al voto, chi combatte e chi no: la leva degli ultraortodossi che può decidere le elezioni

21 Ottobre 2026 - 12:41 Francesca Mannocchi
ultra ortodossi israele
La seconda puntata del racconto di Francesca Mannocchi da Israele, verso le elezioni del 27 ottobre
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Da Tel Aviv – A pochi giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, la leva obbligatoria per gli ebrei ultraortodossi è tornata al centro dello scontro politico. È una questione che attraversa la società israeliana da decenni, che ha messo in crisi la coalizione di Benjamin Netanyahu e che oggi rischia di condizionare anche la formazione del prossimo governo.

Martedì mattina, all’aeroporto Ben Gurion, quarantadue giovani del movimento chassidico Chabad-Lubavitch sono scesi da un volo arrivato da New York, dove avevano trascorso un anno a studiare nella sede centrale del movimento, e ai controlli hanno trovato ad aspettarli la polizia militare. Risultavano tutti renitenti alla leva e sono stati portati davanti a un giudice militare. Ventisette hanno firmato subito l’impegno ad arruolarsi e sono tornati a casa con una pena sospesa. Tredici hanno prima rifiutato e sono stati condannati al carcere, poi in serata hanno cambiato idea e sono stati rilasciati anche loro. Gli ultimi due, renitenti da più di un anno e mezzo, sono finiti in un carcere militare. L’esercito ha presentato l’operazione come ordinaria applicazione della legge, e a una settimana dal voto quei fermi si sono trasformati in un nuovo scontro tra Netanyahu, i suoi alleati ultraortodossi e le istituzioni chiamate a far rispettare gli obblighi militari.

Intervistato dalla radio ultraortodossa Kol Barama, Netanyahu ha definito i fermi «un tentativo deliberato di danneggiare il processo di arruolamento degli haredim senza coercizione». Dietro la frase c’è la linea che il primo ministro difende da mesi: gli ultraortodossi vanno portati nell’esercito gradualmente, d’intesa con le loro comunità e senza imporlo con la forza, mentre gli arresti rischiano di farle chiudere ancora di più su loro stesse. Nella stessa intervista il premier ha ripetuto che chi non studia davvero nelle yeshivot dovrebbe arruolarsi. Shas, il partito che rappresenta soprattutto gli ultraortodossi di origine sefardita e mediorientale, è andato oltre e ha accusato la procuratrice generale Gali Baharav-Miara di un’interferenza “senza precedenti” nella campagna elettorale. Accuse senza prove, ma in quelle parole si vede tutta la fatica della mediazione su cui Netanyahu ha retto per anni il suo rapporto con i partiti religiosi. Da una parte, deve proteggere le esenzioni degli alleati senza i quali non può governare. Dall’altra, deve tenere in considerazione un Paese in cui centinaia di migliaia di riservisti hanno lasciato la propria casa per il fronte, e in cui un numero crescente di israeliani considera quelle esenzioni un privilegio ormai insostenibile.

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Ebrei ultraortodossi che pregano durante il Sukkot, la festività che ricorda l’esodo degli ebrei dall’Egitto EPA/ABIR SULTAN

La frattura del servizio militare

Per decenni i governi israeliani hanno garantito agli studenti delle scuole religiose ultraortodosse l’esenzione dal servizio militare, rinnovando accordi politici e provvedimenti legislativi che hanno permesso di rinviare indefinitamente la questione. Tre anni di guerra hanno reso quella disparità sempre più difficile da accettare per larga parte della società, spezzandola in due. Da una parte, centinaia di migliaia di riservisti richiamati alle armi, molti più volte, lasciando per mesi il lavoro e le famiglie; dall’altra decine di migliaia di giovani ultraortodossi che hanno continuato a studiare nelle scuole religiose, protetti da un sistema di esenzioni che i loro partiti difendono come irrinunciabile. In un Paese in cui il servizio militare occupa un posto centrale nella vita collettiva, la distanza tra chi combatte, rischia di morire e torna al fronte e chi rivendica il diritto di non indossare l’uniforme è diventata una delle fratture più profonde della società israeliana.

La questione della leva ha finito per logorare dall’interno la maggioranza di Netanyahu, incapace di trovare un accordo su una legge che garantisse agli studenti delle yeshivot, le scuole religiose dedicate allo studio della Torah e del Talmud, la possibilità di continuare a sottrarsi al servizio militare. Nel luglio 2025 United Torah Judaism, il partito degli ultraortodossi ashkenaziti, ha abbandonato la coalizione, mentre Shas ha ritirato i propri ministri, lasciando Netanyahu alla guida di un governo indebolito, costretto a cercare di volta in volta i voti necessari in Parlamento e incapace di risolvere la questione che aveva provocato la rottura.

I due partiti sono tornati a porre la stessa condizione per il prossimo governo: una legge che protegga lo studio religioso dalla coscrizione obbligatoria. I partiti insieme valgono nei sondaggi circa quindici seggi, un peso determinante in un Parlamento dove ne servono 61 per governare e dove le rilevazioni collocano il blocco del primo ministro al di sotto della maggioranza, anche contando i deputati ultraortodossi. Netanyahu ha bisogno del loro sostegno per restare al potere, mentre chiunque voglia sostituirlo dovrà misurarsi con le stesse richieste. La questione, dopo il voto, sarà capire quale governo potrà nascere da un Parlamento in cui i partiti ultraortodossi conservano un peso decisivo, mentre le loro richieste sulla leva sono diventate uno dei principali ostacoli alla costruzione di una maggioranza. Netanyahu ha bisogno di loro per restare al potere; i suoi avversari dovranno decidere se cercarne il sostegno e a quali condizioni. La legge che per anni nessun governo è riuscito ad approvare potrebbe diventare il primo banco di prova del prossimo esecutivo.

Da quattrocento studenti a una crisi nazionale

Per capire come una questione rimasta per decenni affidata agli accordi tra governi e autorità religiose sia diventata uno dei principali terreni di scontro della politica israeliana bisogna tornare ai primi anni dello Stato, quando David Ben Gurion accettò di sottrarre al servizio militare circa quattrocento studenti delle yeshivot, le scuole dedicate allo studio della Torah e del Talmud. Era il 1948, il mondo ebraico dell’Europa orientale era stato devastato dalla Shoah e la decisione rispondeva alla necessità di preservare una tradizione religiosa e intellettuale che rischiava di scomparire insieme alle comunità che l’avevano custodita per secoli. Quella concessione, nata per poche centinaia di giovani, è sopravvissuta alla trasformazione demografica di Israele, accompagnando la crescita di una comunità ultraortodossa che oggi conta quasi un milione e mezzo di persone. Nel 2023 gli studenti interessati dal sistema delle esenzioni erano circa 63 mila. Nel frattempo governi di ogni orientamento avevano cercato di conservare quell’equilibrio attraverso accordi di coalizione e leggi più volte contestate davanti alla Corte suprema, fino alla sentenza del 25 giugno 2024, quando nove giudici stabilirono all’unanimità che, in assenza di una legge che autorizzasse le esenzioni, lo Stato era tenuto ad arruolare anche gli studenti delle yeshivot e non poteva continuare a finanziare gli istituti per la loro frequenza. Da allora l’esercito ha inviato, secondo i dati diffusi in questi giorni, tra ottantamila e novantamila ordini di chiamata, mentre circa 64 mila giovani risultano non essersi presentati. Gli arruolamenti sono aumentati del 53 per cento nell’ultimo anno militare, passando da 2.811 a 4.298, una crescita significativa che lascia ancora enorme la distanza tra gli uomini chiamati a servire e quelli che effettivamente entrano nell’esercito.

È proprio nell’applicazione della legge che si misura la profondità di questa crisi. Per anni le autorità hanno evitato di procedere sistematicamente contro i renitenti, mentre i partiti ultraortodossi cercavano di ottenere nuove garanzie parlamentari. Lo scorso luglio la maggioranza ha approvato una norma che avrebbe impedito per sette mesi di arrestare o perseguire gli studenti delle scuole religiose che non si presentavano alla leva. La Corte suprema ne ha sospeso immediatamente l’applicazione e il 3 settembre l’ha annullata, stabilendo che lo Stato non poteva lasciare in vigore un obbligo militare e, nello stesso tempo, sottrarre una sola categoria di cittadini alle conseguenze della sua violazione. L’esercito continua a incontrare difficoltà nell’eseguire gli ordini di arresto, anche per la resistenza delle comunità, e i controlli alle frontiere sono diventati uno dei luoghi in cui la legge viene effettivamente applicata, come hanno mostrato i fermi di martedì a Ben Gurion. Ora i vertici militari valutano di ridurre da 540 a 365 giorni il periodo di mancata presentazione oltre il quale si può avviare un procedimento penale. Gli arresti di Ben Gurion raccontano quanto sia difficile, oggi, mettere fine a un sistema di esenzioni che i governi israeliani hanno mantenuto per decenni e sul quale intere generazioni di ultraortodossi hanno costruito il proprio rapporto con lo Stato.

Ebrei ultraortodossi al voto nel 2015 ANSA/AP Photo/Oded Balilty

Il valore dello studio

Nelle yeshivot, le scuole religiose ultraortodosse, gli uomini trascorrono gran parte delle loro giornate studiando la Torah e il Talmud, discutendo e interpretando testi che da secoli regolano la vita ebraica. È intorno a questo studio che si organizza l’esistenza di intere comunità, dall’educazione dei figli al matrimonio, dal lavoro al rapporto con il mondo esterno. La parola haredi, in ebraico, indica chi «trema» davanti alla parola di Dio, e racconta qualcosa del modo in cui gli ultraortodossi intendono il proprio posto nella storia ebraica. Lo studio dei testi sacri è un obbligo religioso, una responsabilità collettiva, il mezzo attraverso il quale la tradizione si è conservata nei secoli della diaspora, delle persecuzioni e della Shoah. Una parte importante dell’autorità rabbinica sostiene che proprio lo studio della Torah contribuisca, attraverso il suo merito spirituale, alla protezione del popolo ebraico. Nella visione di molti ultraortodossi, il giovane che trascorre la giornata sui libri partecipa alla difesa di Israele secondo una responsabilità diversa da quella del soldato. È questa convinzione, insieme alla necessità di proteggere la continuità della vita religiosa, a rendere la coscrizione obbligatoria una questione così profonda. L’opposizione alla leva nasce anche dal timore di perdere il controllo sull’educazione delle nuove generazioni. Le comunità haredi hanno costruito nel tempo un sistema di scuole, istituzioni e regole sociali che permette loro di mantenere una forte separazione dalla cultura laica israeliana. L’ingresso nell’esercito significa affidare per anni i propri figli a un’istituzione nella quale l’autorità dei comandanti si affianca e talvolta entra in tensione con quella dei rabbini: uomini e donne condividono molti ambienti di servizio e l’identità nazionale si esprime attraverso valori e consuetudini differenti da quelli della vita nelle yeshivot.

Molti leader religiosi temono che il servizio militare finisca per modificare il rapporto dei giovani con la comunità, con l’osservanza e con lo studio. La questione, dunque, riguarda anche il potere dello Stato sulle comunità ultraortodosse. Per decenni i governi israeliani hanno riconosciuto ai rabbini e alle istituzioni religiose un’ampia autonomia nell’educazione dei giovani, accettando che una parte della popolazione ebraica crescesse al di fuori degli obblighi militari condivisi dagli altri cittadini. La leva obbligatoria mette oggi in discussione quell’equilibrio e, con esso, il potere delle autorità religiose di stabilire quale rapporto i propri giovani debbano avere con lo Stato. È su questo terreno che si consuma lo scontro politico: fino a che punto una comunità può rivendicare il diritto di vivere secondo le proprie regole quando quelle regole la sottraggono a obblighi che il resto della società è chiamato a sostenere?

La frattura nella destra israeliana

Lo scontro sulla leva ha aperto una divisione anche dentro il mondo religioso israeliano, tra gli ultraortodossi che rivendicano il primato dello studio della Torah e i sionisti religiosi, spesso vicini al movimento dei coloni, per i quali il servizio nell’esercito è parte integrante del dovere verso lo Stato e la terra d’Israele. Una distanza che oggi attraversa la stessa destra che per anni ha governato insieme a Netanyahu. Nella campagna elettorale Naftali Bennett ha accusato il primo ministro di finanziare chi si sottrae alla leva pur di conservare il sostegno dei partiti ultraortodossi, mentre Yair Lapid e Avigdor Lieberman hanno fatto delle esenzioni uno dei principali argomenti contro il governo. La tensione investe anche Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del sionismo religioso, contestato da una parte del proprio elettorato per aver difeso gli accordi con i partiti haredi. Per i nazionalisti religiosi che mandano i propri figli nelle unità combattenti, la fedeltà a una coalizione che protegge l’esenzione degli studenti delle yeshivot è diventata una questione sempre più difficile da giustificare.

Il 7 giugno Aryeh Deri, leader di Shas, è andato a visitare i giovani detenuti per renitenza in un carcere militare, trasformando la loro detenzione in una causa politica, e ha rilanciato la richiesta di riconoscere lo studio della Torah attraverso una Legge fondamentale, attribuendogli una tutela giuridica paragonabile a quella del servizio militare. Eppure, dentro lo stesso mondo ultraortodosso, una parte dei giovani ha cominciato a scegliere l’uniforme. Nel 2024 l’esercito ha creato la brigata Hashmonaim, organizzata per consentire ai soldati haredi di prestare servizio rispettando le prescrizioni religiose, dalla preghiera quotidiana alla separazione tra uomini e donne. La brigata ha partecipato a operazioni nel Libano meridionale e il 20 ottobre, mentre all’aeroporto Ben Gurion venivano fermati i quarantadue studenti renitenti, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha incontrato a Gerusalemme i primi quindici militari ultraortodossi ad aver completato il corso per ufficiali. Nello stesso giorno, Israele ha avuto davanti a sé due immagini opposte del rapporto tra gli haredim e lo Stato: giovani che rifiutano la leva fino a rischiare il carcere e giovani che scelgono di diventare comandanti dell’esercito israeliano.

Soldati Haredi, che fanno parte della Brigata Hashmonaim, al muro del Pianto di Gerusalemme il 6 agosto 2026 EPA/ABIR SULTAN

Le molte anime del mondo ultraortodosso

Il mondo haredi è molto più sfumato e politicamente complesso di quanto suggerisca l’immagine, diffusa soprattutto all’estero, di una comunità compatta, antisionista e ostile allo Stato di Israele. Dietro gli abiti neri, i cappelli e le regole religiose che sembrano accomunare tutti gli ultraortodossi convivono tradizioni, appartenenze e idee profondamente diverse sul significato dello Stato ebraico, sul sionismo e sul rapporto tra religione e potere. Ci sono comunità che rifiutano la legittimità stessa di Israele, altre che ne accettano le istituzioni senza riconoscere alla sua fondazione un valore religioso, e altre ancora che negli ultimi anni si sono avvicinate al nazionalismo della destra israeliana. Sono differenze che affondano nella storia dell’ebraismo e che oggi pesano sulle scelte elettorali, sulle alleanze di governo e persino sul modo in cui gli ultraortodossi guardano al servizio militare.

A Gerusalemme esistono comunità che rifiutano di riconoscere la legittimità dello Stato, considerandone la fondazione una violazione della volontà divina. È il caso di alcuni gruppi che fanno riferimento alla Edah HaCharedit e del movimento chassidico Satmar, per i quali il ritorno alla sovranità ebraica potrà avvenire soltanto con l’arrivo del Messia. Alcune di queste comunità rifiutano i finanziamenti pubblici e invitano i propri membri a disertare le urne, considerando la partecipazione politica una forma di riconoscimento dello Stato. Al loro interno esistono differenze importanti, e perfino i gruppi più radicali, come Neturei Karta, sono contestati da altri ambienti antisionisti ultraortodossi.

La maggioranza degli haredim ha costruito invece un rapporto profondamente pragmatico con Israele. Non considera la nascita dello Stato il compimento di una promessa religiosa, ne accetta l’esistenza, partecipa alle elezioni, negozia finanziamenti per le proprie scuole e siede nelle maggioranze parlamentari. United Torah Judaism, l’alleanza che riunisce i gruppi chassidici di Agudat Yisrael e il mondo delle yeshivot rappresentato da Degel HaTorah, incarna questa tradizione: riconoscere le istituzioni dello Stato come interlocutori politici, preservando l’autonomia religiosa della comunità. Una posizione molto diversa dall’antisionismo di chi rifiuta lo Stato, e altrettanto distante dal sionismo religioso di chi considera la sua fondazione parte della redenzione del popolo ebraico.

Ancora diverso è il mondo che ruota intorno a Shas, nato per rappresentare gli ultraortodossi sefarditi e gli ebrei di origine mediorientale e nordafricana. Il suo elettorato comprende anche famiglie tradizionaliste che osservano i precetti religiosi senza vivere secondo le regole più rigorose delle comunità haredi, e nelle quali il servizio militare fa parte dell’esperienza familiare. Negli ultimi anni, inoltre, una parte dei giovani ultraortodossi si è avvicinata al nazionalismo della destra israeliana, trovando in Itamar Ben-Gvir un riferimento politico più vicino alle proprie posizioni sulla sicurezza, sui palestinesi e sul futuro dei territori occupati. È un cambiamento che rende ancora più complesso il rapporto tra religione e politica: tra gli haredim ci sono cittadini che rifiutano il sionismo, altri che accettano lo Stato per difendere la propria autonomia e altri ancora che ne condividono le aspirazioni nazionaliste. Una parte degli ultraortodossi sostiene l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e le politiche di forza verso i palestinesi, e continua a rivendicare per i propri figli l’esenzione dal servizio militare. È una contraddizione che la guerra ha reso sempre più difficile da sostenere, soprattutto agli occhi di quella destra religiosa sionista che condivide le stesse aspirazioni territoriali e manda i propri giovani a combattere per difenderle.

Il peso dei numeri

C’è un dato che racconta meglio di molti altri perché la questione ultraortodossa sia destinata a occupare un posto sempre più importante nel futuro di Israele. Nel 2025 gli haredim erano circa un milione e 450mila, il 14,3 per cento della popolazione, e il 57 per cento aveva meno di vent’anni. È una delle comunità più giovani del Paese, destinata a crescere a un ritmo molto più rapido del resto della società israeliana. Secondo le ultime proiezioni dell’Israel Democracy Institute, nel 2050 gli ultraortodossi rappresenteranno il 22 per cento della popolazione. Una trasformazione che riguarda già oggi la scuola, l’economia e la capacità dello Stato di sostenere il proprio sistema di difesa. Una parte consistente dei ragazzi haredi studia in istituti religiosi dove matematica, inglese e altre materie fondamentali hanno uno spazio limitato o sono assenti, con conseguenze che si riflettono sulle possibilità di formazione e di lavoro. La distanza tra uomini e donne racconta un altro aspetto di questa società: lavora l’81 per cento delle donne ultraortodosse, spesso chiamate a sostenere economicamente famiglie numerose, mentre tra gli uomini il tasso di occupazione si ferma al 54 per cento. Molti continuano a dedicarsi allo studio religioso anche in età adulta, sostenuti dalle famiglie e da un sistema di finanziamenti pubblici alle istituzioni religiose. Con la crescita demografica aumentano dunque anche le domande che Israele dovrà affrontare: chi lavorerà, chi contribuirà al finanziamento dei servizi pubblici, chi entrerà nell’esercito e quale parte della popolazione continuerà a restarne fuori.

Sono questioni che la campagna elettorale ha riportato al centro del confronto sul futuro economico e sociale del Paese. Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e principale sfidante di Netanyahu, propone di estendere gli obblighi di servizio e di rendere obbligatorio l’insegnamento delle materie fondamentali anche nelle scuole ultraortodosse, legando la partecipazione al prossimo governo all’accettazione di queste condizioni. I rapporti tra Netanyahu e i suoi tradizionali alleati religiosi, intanto, sono attraversati dalla delusione per la legge sulle esenzioni che il primo ministro aveva promesso e non è riuscito ad approvare. Secondo indiscrezioni raccolte dalla stampa israeliana, una parte della leadership ultraortodossa starebbe valutando la possibilità di non sostenere automaticamente Netanyahu dopo il voto, senza per questo impegnarsi a favore di Eisenkot. È una prospettiva che apre nuovi margini di trattativa e rende ancora più incerti gli equilibri del prossimo Parlamento. Perché il potere dei partiti haredi nasce dalla loro capacità di condizionare le maggioranze, mentre il peso crescente della loro comunità pone a qualunque futuro governo una questione che va ben oltre gli accordi tra partiti: come finanziare e difendere un Paese nel quale una parte sempre più grande della popolazione segue percorsi di istruzione, lavoro e servizio militare profondamente diversi da quelli degli altri cittadini.

Uno Stato nello Stato

Il potere dei partiti ultraortodossi si misura anche nella capacità di ottenere dallo Stato garanzie che vanno ben oltre il servizio militare. Da decenni Shas e United Torah Judaism partecipano ai governi israeliani negoziando finanziamenti per le proprie scuole, autonomia nell’istruzione, tutela dell’osservanza religiosa e un ruolo centrale delle autorità rabbiniche nella vita pubblica. In Israele matrimoni e divorzi degli ebrei sono già affidati alla giurisdizione religiosa, e lo scorso marzo la Knesset ha ampliato ulteriormente le competenze dei tribunali rabbinici, autorizzandoli, con il consenso delle parti, a intervenire come arbitri anche in determinate controversie civili. È una politica costruita negli anni attraverso accordi di coalizione, nella quale la forza parlamentare degli ultraortodossi si è tradotta nella possibilità di conservare istituzioni, regole e percorsi educativi propri, sostenuti in larga parte dal bilancio pubblico. La questione della leva porta oggi questo rapporto al suo punto più controverso, perché chiede allo Stato di riconoscere un trattamento diverso anche nell’obbligo che, per una parte importante della società israeliana, rappresenta la forma più concreta di responsabilità verso il Paese.

È su questo terreno che si giocherà una parte decisiva delle trattative dopo il 27 ottobre. Qualunque maggioranza dovrà confrontarsi con la richiesta dei partiti ultraortodossi di proteggere per legge gli studenti delle yeshivot, con la sentenza della Corte suprema che impone di arruolarli e con la pressione di un’opinione pubblica che chiede di ridistribuire il peso del servizio militare. Netanyahu ha costruito buona parte della propria stabilità politica sull’alleanza con i partiti religiosi; i suoi avversari promettono di cambiare le regole che quell’alleanza ha contribuito a mantenere. Il risultato delle elezioni stabilirà quali forze avranno i numeri per trattare, e la legge sulla leva sarà uno dei primi accordi che il nuovo governo dovrà cercare. Dopo quasi ottant’anni di esenzioni, Israele arriva al voto con una domanda rimasta a lungo affidata ai compromessi parlamentari: quanto può durare un sistema nel quale lo Stato chiede a una parte dei propri cittadini di combattere e concede a un’altra di non farlo?