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Va in ospedale per un dolore al piede, dopo quattro interventi glielo amputano: l’Ausl condannata a un risarcimento da 675mila euro

31 Ottobre 2026 - 12:46 Cecilia Dardana
sala operatoria
La Corte d'Appello di Bologna aumenta il risarcimento per un paziente che nel 2016 perse l'arto a 35 anni. Per i magistrati ci fu «un'oggettiva perdita di chance» causata dai ritardi post-operatori
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Si era presentato al pronto soccorso con un forte dolore all’arto inferiore destro e con l’estremità ormai cianotica, di colore bluastro. Quello che sembrava un quadro clinico da trattare con urgenza si è trasformato in un calvario durato quattro interventi chirurgici e culminato con la perdita definitiva dell’arto. A dieci anni dai fatti, risalenti al febbraio 2016, la Corte d’Appello di Bologna ha condannato l’Ausl a risarcire il paziente, all’epoca 35enne e oggi 45enne, con un indennizzo complessivo pari a 675mila euro tra danni, spese per la protesi, percorsi terapeutici correlati e spese legali. La decisione di secondo grado, come scrive il Corriere della Sera, va a integrare i 425mila euro già disposti nel 2020 dal Tribunale, aggiungendo un ulteriore assegno di 250mila euro a carico dell’azienda sanitaria.

I ritardi dopo il primo intervento

Se nel giudizio di primo grado il Tribunale aveva ritenuto adeguate e tempestive le scelte terapeutiche adottate nell’immediatezza del ricovero, a finire nel mirino dei giudici è stata l’intera gestione post-operatoria successiva al primo intervento. Un susseguirsi di valutazioni errate e temporeggiamenti fatali che hanno compromesso irrimediabilmente la vascolarizzazione del piede.

Come scrivono i magistrati d’appello, «per quanto riguarda la sorveglianza clinica e la condotta terapeutica relativa all’ulteriore cascata di eventi tromboembolici verificatasi dopo il primo intervento, è criticabile l’inerzia decisionale che ha portato ad una nuova embolectomia solo nella giornata successiva al riscontro clinico e strumentale di retrombosi». Ai ritardi nel reintervenire si sono sommate scelte chirurgiche sbagliate rispetto alla via di accesso alle arterie occluse, fattori che hanno condotto a un rapido peggioramento e reso inevitabile l’amputazione.

La perdita di chance

Nelle motivazioni della sentenza, i giudici hanno stigmatizzato la catena di errori commessi su un quadro clinico che avrebbe richiesto ben altra tempestività: «In conclusione, quindi, la storia clinica del ragazzo rappresenta la più drammatica testimonianza della gravità di un raro quadro di ischemia acuta, non precocemente trattato nelle prime ore di insorgenza, in un soggetto giovane, non arteriopatico, non portatore dei classici fattori di rischio (diabete, cardiopatia ischemica, dislipidemia, tabagismo, recenti traumi diretti)».

Le condotte negligenti dell’équipe sanitaria hanno azzerato le possibilità di esito favorevole che la letteratura scientifica riconosce in situazioni analoghe, dove le probabilità positive «potrebbero essere superiori alle percentuali di insuccesso, derivandone, pertanto, una oggettiva perdita di chance per il salvataggio dell’arto». Una constatazione che ha portato i giudici a riconoscere al paziente la piena tutela risarcitoria, estesa a tutti i costi necessari per l’acquisto e il mantenimento dei supporti protesici.

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