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No! Questo caso clinico non dimostra che i vaccini a mRNA causano il «turbo-cancro»

31 Ottobre 2026 - 15:39 Juanne Pili
No! Questo caso clinico non dimostra che i vaccini a mRNA causano il «turbo-cancro»
Un video virale ripropone la teoria infondata dei tumori fulminei citando un singolo caso clinico non revisionato dai pari e privo di qualsiasi nesso causale
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Diverse condivisioni riportano una clip dove Nicolas Hulscher, della McCullough Foundation, illustra i risultati di un caso clinico che i post presentano come prova del cosiddetto “turbo-cancro“. Si tratta di un personaggio apprezzato negli ambienti No vax. In sostanza, si associa la presenza di DNA riconducibile a plasmidi residui del vaccino di Pfizer al cancro. Il problema è che non esiste alcuna prova dell’esistenza dei cosiddetti turbo-tumori e che la fonte è un case report non sottoposto a peer review. Vediamo di cosa si tratta.

Per chi ha fretta:

  • Non esiste alcuna prova clinica o epidemiologica dell’esistenza del cosiddetto «turbo-cancro», una nozione priva di validità medica.
  • Il documento citato è un singolo case report depositato su Zenodo, piattaforma che non effettua peer review, e non può stabilire un nesso di causa-effetto.
  • Gli stessi autori ritengono più probabile che il sarcoma fosse già presente al momento della vaccinazione, senza poter escludere il contrario. La tesi si basa su un calcolo dei tempi di crescita.
  • La PCR eseguita nel 2025 su tessuto archiviato è un test qualitativo ad uso di ricerca. Rileva frammenti di DNA ma non dimostra l’integrazione nel genoma né un ruolo nella genesi del sarcoma.
  • I primi sintomi sono comparsi 161 giorni dopo la prima dose e la diagnosi è arrivata a 170 giorni, con metastasi cerebrali già presenti.

Il contenuto virale

Trovate la trascrizione dell’audio su Turboscribe. Il video integrale da cui è tratto il filmato si trova QUI. Le condivisioni riportano la seguente didascalia:

La fonte non è uno studio ed è firmata da noti “free vax”

Precisiamo subito che non si tratta di uno studio peer review. Parliamo di un case report, ovvero la descrizione di un caso clinico. Un singolo caso non può dimostrare un collegamento tra vaccini e cancro, ancor meno può essere considerato la prova dell’esistenza del turbo-cancro, ma il termine non compare nel documento.

Il caso riguarda un paziente di 35 anni, operato nel 2021, che presentava un sarcoma intimale cardiaco dell’atrio sinistro, una neoplasia vascolare eccezionalmente rara, con metastasi cerebrali. I campioni istologici prelevati all’epoca sono stati rianalizzati nel 2025.

Gli autori parlano di accelerazione di un sarcoma che ritengono più probabilmente già presente al momento della vaccinazione, pur dichiarando di non poter escludere che sia insorto dopo. Si tratta di un’inferenza costruita su un calcolo dei tempi di crescita, senza alcuna misura del tumore prima del vaccino.

Il sarcoma ha dato i primi sintomi il 18 settembre 2021, 161 giorni dopo la prima dose del vaccino a mRNA (Pfizer-BioNTech BNT162b2) e 137 dopo la seconda, e la diagnosi è arrivata il 27 settembre, a 170 e 146 giorni. Un intervallo di mesi tra la vaccinazione e la comparsa dei sintomi non basta a stabilire un nesso causale.

L’articolo non è apparso su una rivista di oncologia o cardiologia, lo troviamo infatti sulla piattaforma preprint di Zenodo, dove chiunque può depositarvi documenti senza che questi vengano prima esaminati, verificati o approvati da una commissione di esperti indipendenti.

Oltre a Hulscher, tra i firmatari figura anche Peter McCullough. Entrambi gli autori sono noti per aver già diffuso più volte teorie allarmistiche prive di riscontro sulla sicurezza dei vaccini a mRNA.

Vaccini, plasmidi e turbo-cancro

L’impianto probatorio poggerebbe sulla presenza di frammenti di DNA plasmidico nei tessuti del paziente. Si tratta di sequenze genetiche usate durante la produzione dei vaccini a mRNA. Non di meno, nel plasmide usato da Pfizer non c’è la sequenza genetica del virus SV40, né il suo oncogene; è presente solo una cortissima sequenza non codificante usata storicamente in biologia molecolare come promotore (enhancer) per facilitare l’espressione nei sistemi di laboratorio. Gli stessi autori ammettono di non aver trovato l’enhancer di SV40 nel tessuto del paziente.

Gli autori avrebbero accertato invece la presenza di tre frammenti distinti del gene codificante la proteina Spike e la sequenza dell’origine di replicazione (ORI) del backbone plasmidico. Cosa ci facevano nel tessuto cardiaco? Non dovevano essere degradati nel sito di iniezione, corrispondente al deltoide? Dopo l’iniezione intramuscolare, una quota delle nanoparticelle lipidiche può raggiungere il flusso sanguigno. Citiamo per esempio uno studio condotto su 19 persone; tuttavia il campione è troppo piccolo per ricavare stime affidabili sulla frequenza e sulla variabilità del fenomeno nella popolazione.

Tra i “residui di produzione” possono essere presenti frammenti di DNA plasmidico, risultati in un altro studio entro i limiti autorizzati in 15 lotti. Il sarcoma intimale può svilupparsi nei grandi vasi e nel cuore; nelle forme cardiache una sede caratteristica è l’atrio sinistro, dove la massa può crescere nella cavità a contatto con il sangue; le caratteristiche della vascolarizzazione tumorale dipendono dal singolo caso.

Nei tessuti tumorali, l’aumento della permeabilità vascolare e la ridotta eliminazione attraverso il sistema linfatico possono favorire l’accumulo di alcune macromolecole e nanoparticelle. Al trasporto possono contribuire le cellule immunitarie: in modelli animali, cellule mieloidi circolanti hanno inglobato liposomi e li hanno trasportati nei siti di infiammazione; un meccanismo analogo è stato osservato con monociti che trasportavano nanoparticelle nei tumori. Tali esperimenti non dimostrano, però, che lo stesso percorso sia avvenuto per residui di DNA vaccinale nel campione in esame.

Ipotizziamo, per esempio, che un macrofago (cellula del sistema immunitario che ingloba e degrada microrganismi, cellule morte e detriti cellulari, svolgendo una funzione di «spazzino») presente nel campione contenesse un frammento di DNA plasmidico ancora sufficientemente integro; ciò potrebbe essere recuperato durante l’estrazione del materiale genetico e successivamente amplificato mediante PCR, purché conservasse almeno la sequenza bersaglio del test. Questo non costituirebbe la prova di un’integrazione del DNA plasmidico nel genoma delle cellule tumorali, né dimostrerebbe che tale DNA possa avere un ruolo nella formazione del tumore.

Tra le spiegazioni possibili resta anche la contaminazione durante il prelievo o la lavorazione: la sensibilità della PCR permette infatti di rilevare anche quantità minime di DNA contaminante. Il cosiddetto «turbo-cancro» non è di certo una diagnosi oncologica riconosciuta né una condizione clinica unitaria validata scientificamente. Infine, non è stato dimostrato un nesso causale tra i vaccini Covid e l’insorgenza dei tumori.

Conclusioni

Il documento diffuso online non dimostra che i vaccini a mRNA provochino tumori. Si tratta di un singolo caso clinico, depositato su un repository che non effettua peer review, con analisi qualitative ad uso di ricerca, senza sequenziamento di conferma e senza valutazione dell’integrazione del DNA nel genoma. Gli stessi autori ritengono più probabile che il sarcoma fosse già presente prima della vaccinazione e ammettono che una causalità non è dimostrabile da un singolo paziente. Il rilevamento di tracce di DNA tramite PCR non costituisce di per sé la prova di una modificazione genomica o di cancerogenesi.

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