L’identikit dei rider milanesi: peculiarità e problemi dei fattorini del terzo millennio

La ricerca dell’Università Statale di Milano ha evidenziato alcuni dati preoccupanti. Ad esempio, i lavoratori nel delivery operano con il terrore di essere controllati dalle piattaforma e dagli algoritmi

Uomini, under 30 e più della metà è nata in Africa e in Asia: è l’identikit del rider milanese tracciato dal dipartimento di studi Sociali e politici dell’Università Statale di Milano. I professori Luciano Fasano e Paolo Natale hanno coordinato 25 studenti per svolgere una ricerca su questa nuova categoria professionale. I ragazzi hanno intercettato 218 fattorini tra viale Monza, Porta Venezia, Centrale, Darsena, Porta Romana, Navigli, Cinque Giornate e Sempione. Ecco i risultati della loro indagine.

Origine

I rider sono in prevalenza stranieri: il 40% è nato in Africa, il 34% in Italia e il 15% in Asia. Ogni cento fattorini, solo 39 hanno la cittadinanza italiana. «Per chiarezza va detto che sono stati molti gli stranieri che hanno rifiutato di essere intervistati, quindi la percentuale dei lavoratori non italiani dovrebbe essere molto più alta», ha spiegato Natale. «Ma questa ricerca ha evidenziato una cosa davvero interessante: i rider hanno paura, è una categoria che non esercita il proprio lavoro in tranquillità. La maggior parte di loro si è lasciata intervistare solo dopo tante, troppe rassicurazioni, o per esempio in zona Centrale i rider di alcune etnie non hanno proprio dato chance agli studenti. Temevano che i ragazzi fossero stati mandati dalla questura o dalle piattaforme per controllarli, eppure avevano tutti il badge universitario ben esposto». Tra i problemi riscontrati, è rilevante la difficoltà nella comprensione della lingua italiana.

Età e genere

La popolazione di rider milanesi è composta principalmente da uomini: ogni cento fattorini, solo tre sono donne. Anche l’età rilevata dall’indagine dell’università ha confermato che questo lavoro è una prerogativa dei giovani: l’85% dei rider ha meno di 30 anni.

Titolo di studio

Sono pochi i fattorini che riescono a conciliare lo studio con l’attività delle consegne: solo il 15% dei rider intervistati è uno studente. Inoltre 35 rider su cento si è fermato alla licenza media, 36 a quella superiore e solo il 14% ha conseguito una laurea.

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Residenza e ore di lavoro

Il 68% dei rider vive a Milano, il 22% nella provincia milanese e in quella di Monza-Brianza e i restanti sono pendolari dal resto della Lombardia. Dal numero di ore di lavoro settimanali, non sembra essere un’attività marginale: il 29% dei rider lavora nelle consegne più di 50 ore ogni 7 giorni, il 25% dalle 40 alle 49 ore e il 27% dalle 30 alle 39 ore settimanali. Oltre la metà degli intervistati ha avuto solo un contratto nella sua carriera. «Il reclutamento avviene tramite passaparola, soprattutto tra i compagni della comunità migrante. Non ci sono corsi professionalizzanti, e all’apparenza sembrano dei lavoratori abbastanza liberi. Andando in profondità, si nota però che i rider sono totalmente sotto controllo delle piattaforme: gli algoritmi li “chiamano” secondo l’assiduità, la puntualità nelle consegne e altri dati. Per esempio abbiamo notato che gli studenti universitari sono molto penalizzati, alcuni hanno dovuto sospendere le consegne durante la sessione di esami e, una volta tornati sul mercato, hanno ricevuto pochissime richieste di delivery», aggiunge Natale.

Di cosa hanno bisogno?

La ricerca si conclude individuando tre macro-aree sulle quali sarebbe necessario intervenire per migliorare le condizioni di questa categoria di lavoratori. Prima di tutto studenti e docenti hanno riscontrato come la mancanza di assistenza legale e rappresentanza sindacale renda il potere contrattuale dei rider praticamente nullo nei confronti delle piattaforme. La maggior parte dei fattorini avrebbe bisogno, per la sicurezza propria e delle altre persone, di una formazione sul codice della strada e sulla lingua italiana. Infine i ricercatori hanno segnalato che una maggiore omogeneità tra i contratti e la loro trasparenza migliorerebbe le condizioni lavorative di tutta la categoria.