Magistrati contro Salvini dopo la visita in carcere a Peveri: «Delegittima il sistema giudiziario»

di Chiara Piselli

Toghe sul piede di guerra. L’intromissione del vicepremier leghista è stata mal digerita: «Le decisioni sulle pene detentive spettano non al ministro dell’Interno ma solo alla magistratura che emette le sentenze in modo rigoroso e applicando le leggi dello Stato». Salvini non si lascia intimorire: «Se serve vado da Mattarella a chiedere la grazia»

Non usa mezzi termini l'associazione nazionale Magistrati nel condannare la visita in carcere del ministro dell'Interno Matteo Salvini ad Angelo Peveri, l'imprenditore piacentino recluso da qualche giorno dopo la condanna per tentato omicidio a 4 anni e 6 mesi per aver sparato a un ladro rumeno. «Le decisioni in merito alle modalità e alla durata di una pena detentiva spettano non al ministro dell'Interno, ma solo alla magistratura che emette le sentenze in modo rigoroso e applicando le leggi dello Stato».

Questo è il monito piccato della giunta esecutiva centrale dei magistrati che «ancora una volta» torna a fare chiarezza sui ruoli che la Costituzione assegna a ogni istituzione. «Ogni tentativo di stravolgere queste regole – prosegue l'organo dell'associazione nazionale magistrati che sembra davvero essere sul piede di guerra – è un cattivo servizio, veicola una messaggio sbagliato ai cittadini, vìola le prerogative della magistratura, delegittima il sistema giudiziario ed è contrario allo Stato di diritto e ai principi costituzionali, al cui rispetto dovrebbero concorrere tutti, specialmente chi ricopre importanti incarichi di Governo». 

Ma il ministro dell'Interno non si lascia intimorire e attribuisce le posizioni espresse dall'Anm ad «alcuni magistrati di sinistra»: «Il mio dovere è prevenire i reati e diminuirli – è la replica di Salvini -. Rispetto il lavoro dei giudici ma loro rispettino il lavoro del ministro». E addirittura rincara la dose quando un cronista gli domanda se ha intenzione di chiedere la grazia per Angelo Peveri: «Andai da Mattarella per Monella, l'imprenditore bergamasco che subì una vicenda simile, se servirà andrò dal presidente della Repubblica: non ho mica problemi».

«Ho trovato una persona per bene – dice poi a proposito dell'incontro con il condannato. E aggiunge anche che tutta la vicenda ha il sapore di un'ingiustizia: «Da italiano, ho la sensazione di qualcosa di non giusto. Il fatto che sia in galera un imprenditore che si è difeso dopo 100 furti e sia a spasso il rapinatore in attesa del risarcimento danni mi dice che bisogna cambiare presto e bene le leggi». 

Il vicepremier leghista afferma con chiarezza che sarà fatto tutto il possibile affinché l'imprenditore piacentino resti in galera «il meno possibile» perché dal suo punto di vista «non doveva nemmeno entrarci». Un'intromissione indebita che è stata mal digerita anche dai magistrati di Area Dg (l'associazione delle toghe progressiste dell'Emilia Romagna) che non sono andati per il sottile: «Se questa è l'ennesima critica alle sentenze della magistratura in materia di eccesso di legittima difesa siamo davvero fuori tema».

I giudici hanno ricordato ciò che è stato accertato in fase processuale: «L'imputato sparò con un fucile a pompa all’autore del tentato furto dopo averlo fatto inginocchiare davanti a sé, dopo avergli fatto mettere le mani dietro la nuca e dopo averlo violentemente picchiato. La sentenza di appello ha chiarito che si è trattato di un vero e proprio tentativo di esecuzione per punire il ladro».

Per questo le toghe hanno evidenziato il loro rifiuto di «assistere silenziosamente alle scelte comunicative del ministro dell’Interno che solidarizza con chi si è macchiato di così gravi delitti» e hanno concluso che il gesto di Matteo Salvini ha svilito la verità processuale del sistema giudiziario e ha lanciato un «invito all’uso, anche illecito, della forza e delle armi da parte dei privati cittadini per farsi giustizia da sé».

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