«Io, licenziata per il mio attivismo contro Salvini»: la denuncia di un’interprete della Questura di Milano

di Olga Bibus
«Io, licenziata per il mio attivismo contro Salvini»: la denuncia di un'interprete della Questura di Milano

Elizabeth Arquinigo Pardo si è scagliata più volte contro il ministro dell’Interno e il suo decreto sicurezza, è arrivata a mandargli una lettera che poi è diventata un libro. Ora ha perso il lavoro improvvisamente ed è convinta di essere stata punita per il suo attivismo

Elizabeth Arquinigo Pardo ha 28 anni e una domanda di cittadinanza che giace, impolverata, su qualche scrivania del ministero dell'Interno. Il decreto sicurezza di Matteo Salvini ha portato da due a quattro anni i tempi di attesa dell'esito della richiesta di cittadinanza. Un rallentamento che porta non pochi disagi a chi, come Elizabeth è cresciuta e ha studiato in Italia e aspetta con impazienza di essere riconosciuto come cittadino. La giovane – di origini peruviane, in Italia da 18 anni – ha criticato aspramente il decreto e il suo autore, Salvini. Al ministro dell'Interno, è arrivata a scrivere una lettera che poi è diventata un libro. Un attivismo per cui, a detta sua, sta però pagando le conseguenze. Elizabeth infatti ha perso il suo lavoro come interprete nella Questura di Milano, dove si occupava di tradurre i colloqui dei richiedenti asilo, era assunta con un contratto di collaborazione con l'agenzia europea Easo che aveva vinto l'appalto per il servizio di traduzione in Questura. «Sono stata licenziata in tronco per le mie posizioni politiche», ha detto la 28enne  a Open.

Elizabeth da quando lavorava in Questura?
«Io ero formalmente assunta da un'agenzia italiana a cui si appoggia l'agenzia europea Easo che fornisce traduttori alla Questura. L'agenzia mi aveva mandato a svolgere il lavoro in Questura prima ad agosto per una sostituzione e ora ero tornata a dicembre per un'altra sostituzione. Era una maternità e speravo di avere lavoro per almeno sei mesi».

Poi cos'è successo?
«Il 14 febbraio sono stata licenziata in tronco. La mattina sono andata a lavorare, dopo il turno mi ha chiamato la mia responsabile per dire che non ero più persona gradita in Questura e di non presentarmi più perché sarei stata bloccata dalle guardie all'ingresso. Ho chiesto spiegazioni, ma non mi sono state date. Allora il giorno dopo sono andata, come sempre, al lavoro, sono entrata e ho chiesto cosa fosse successo, se avevo sbagliato qualcosa. Mi è stato detto che la decisione non aveva a che fare con il mio operato, ma con una segnalazione arrivata direttamente dal ministero dell'Interno».

Ha avuto modo di vedere la segnalazione?
«No. Prima mi hanno detto che avrei dovuto chiedere alla mia agenzia, ma l'agenzia ha detto che nemmeno loro ne erano a conoscenza. Io mi sono rivolta a un avvocato, voglio vedere questa segnalazione perché ho paura che la vicenda rallenti ulteriormente l'iter della mia domanda di cittadinanza. Ma voglio anche fare chiarezza, non è giusto quello che mi è successo: ora sono a casa, senza un lavoro, senza la possibilità di chiedere il reddito di cittadinanza e con la legge che mi obbliga ad avere un reddito se voglio che venga approvata la richiesta di cittadinanza. È assurdo».

Perché è così convinta che il licenziamento abbia a che fare con il suo attivismo politico?
«Per due ragioni. Prima di tutto, quando sono tornata a dicembre alcuni colleghi mi avevano già fatto notare che in Questura un certo tipo di posizioni politiche non era ben visto. Poi, ho scoperto che il giorno del mio licenziamento, agli altri miei colleghi è stato sottoposto un documento da firmare, un codice di condotta, in cui si chiedeva ai firmatari di astenersi dal prendere posizioni politiche, di far parte di associazioni politiche e di prendere iniziative politiche. A me quel documento non me lo hanno fatto firmare. Quindi penso che le mie idee abbiano dato così fastidio a qualcuno da far approvare un regolamento interno ad hoc. Io però sono sicura di non aver violato nessuna regola. Noi interpreti abbiamo un codice deontologico che ci obbliga a non diffondere informazioni sensibili, ma non ci vieta di fare attivismo e avere opinioni fuori dal luogo di lavoro». 

Prima di essere licenziata non ha mai avuto sentore di non essere ben voluta in Questura?
«Assolutamente no. Anzi, so che i colleghi erano soddisfatti del mio lavoro, la mia agenzia era soddisfatta. Non ho mai litigato con nessuno, non ho avuto nessun richiamo disciplinare. Nulla del genere. Infatti è stata un brutta sorpresa, quando ho ricevuto la chiamata pensavo fosse uno scherzo». 

Cosa farà ora?
«Mi sono rivolta a un avvocato perché voglio vederci chiaro. Quello che mi preoccupa sono i metodi utilizzati. Non è giusto che si venga puniti per le proprie idee, non è giusto che vengano adottati questo tipo di metodi: "se non sei con me, sei fuori". Anche perché ci sono molte persone che avendo un permesso di soggiorno da rinnovare, hanno paura di parlare perché temono di perdere il lavoro e di conseguenza il permesso di soggiorno. Ma non è giusto. Non essere cittadini, non significa essere degli esseri umani di serie B».