Il giorno dell’omicidio di Stefano, Said Machaouat doveva essere in carcere

Un cortocircuito burocratico, un’inceppatura nella comunicazione tra Corte d’Appello e Procura avrebbe fatto sì che il 23 gennaio il presunto assassino non si trovasse in prigione, dove avrebbe dovuto essere, ma in libertà. Libero di accoltellare un passante qualunque

Non doveva essere sulle rive del Po, ma in prigione, l'uomo che ha ammesso di aver accoltellato Stefano Leo, il ragazzo ucciso a coltellate a Torino la mattina del 23 febbraio. Come racconta il Corriere della Sera, Said Machaouat, 27 anni, era stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia. Nel maggio 2018, la Corte d'Appello di Torino ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato da Machaouat. Secondo i giudici, era «troppo generico».

L'avvocato del ragazzo non ha contestato la decisione e a quel punto la sentenza è diventata definitiva. Qualcosa, però, è andato storto a livello burocratico. Gli atti che avrebbero permesso di emettere un ordine di carcerazione non sarebbero mai arrivati in Procura. La sentenza definitiva è rimasta bloccata in Corte d'Appello. 

«Ho già chiesto una relazione su questo fascicolo e voglio capire al più presto come sia potuta accadere una cosa del genere», ha affermato il presidente della Corte d’Appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, in un'intervista con il Corriere. Anche il ministero della Giustizia ha deciso di indagare, inviando gli ispettori.

Il giorno dell'omicidio di Stefano, Said Machaouat doveva essere in carcere foto 1

Palloncini rossi e foto posti lungo i murazzi del Po dove è stato ucciso Stefano Leo, Torino, 1 aprile 2019

Said aveva diversi precedenti, tra cui una rapina commessa quando era ancora minorenne, un'aggressione e una resistenza commesse a Milano tra il 2013 e il 2014. Nel processo per maltrattamenti, i giudici non gli hanno concesso la sospensione condizionale della pena: ed è per questo che per lui si sarebbero dovute aprire le porte del carcere.

Machaouat soffriva di depressione ed era seguito dai servizi sociali. Il giorno dell'omicidio, si trovava ai Murazzi per caso, mentre vagava in preda alla disperazione dopo essere stato lasciato dalla moglie e aver perso la possibilità di vedere i figli. Stefano sarebbe stato semplicemente la prima persona intercettata da un raptus omicida, ucciso perché «aveva un sorriso felice in faccia».