Chiuso il Cas di Torrenova, la rabbia delle suore: «Il decreto sicurezza va contro la dignità della persona» – L’intervista

«All’improvviso abbiamo perso ogni  traccia di queste donne, non sappiamo dove sono o come stanno – ha detto a Open suor Maria Rosa Venturelli -. È un modo di procedere poco dignitoso e rispettoso per la persona. Dopo le lacrime e la sofferenza, ti viene la rabbia e l’indignazione»

Chiude i battenti un altro centro di accoglienza per effetto del decreto Sicurezza. Questa volta è toccato al Cas di Torrenova, alla periferia est di Roma, che con poco preavviso, nel giro di 4 o 5 giorni, si è svuotato. Ospiti del centro erano decine di giovani donne migranti che sono state portate via con degli autobus verso una destinazione ignota per gli operatori del centro.

Suor Maria Rosa Venturelli, esponente dell'Unione delle Superiore Maggiori d'Italia (Usmi), che con quelle ragazze stava portando avanti un percorso di inserimento nella società, ha raccontato a Open l’esperienza che ha vissuto: «All’improvviso abbiamo perso ogni traccia di queste donne, non sappiamo dove sono o come stanno. È un modo di procedere poco dignitoso e rispettoso per la persona. Dopo le lacrime e la sofferenza, ti viene la rabbia e l’indignazione».

Suor Maria Rosa, lei ha detto che il Cas di Torrenova  ha chiuso molto velocemente e voi avete perso il contatto con le giovani donne del centro nel giro di qualche giorno. 

«Queste sono le nuove modalità con cui vengono chiuse le strutture adesso, dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza. Cas, Cara, Sprar: noi non facciamo eccezione. Sono già stato chiusi diversi Cas dal primo febbraio in poi e questa volta è toccato a noi. Sono modalità che noi riteniamo poco dignitose, poco rispettose della dignità delle persone».

In quanto tempo esattamente è stato chiuso?

«Nel giro di 4 -5 giorni».

E le giovani donne che erano ospiti del centro dove sono state portate?

«Sono state portate con degli autobus in destinazione ignota. Non ci hanno detto dove e neanche le ragazze lo sapevano, così come anche gli organizzatori del centro. Queste sono le nuove modalità che si applicano dopo il decreto Sicurezza. Così come è accaduto con il Cara di Castelnuovo di Porto».

E il vostro rapporto con loro?

«Nonostante avessimo portato avanti un cammino, un lavoro insieme, e nonostante si fosse anche sviluppato un rapporto umano, di solidarietà, di rispetto, di ascolto, noi non sappiamo più nulla di loro. Queste sono le modalità imposte dall’alto. Abbiamo completamente perso traccia di queste donne e non sappiamo né dove si trovano né come stanno».

Ci sarà la possibilità di rientrare in contatto con loro?

«Stiamo attendendo di poter avere qualche notizia. Ci teniamo, vorremmo rientrare in contatto con loro».

Che percorso avete fatto insieme dal primo agosto 2018 ad oggi?

«Come gruppo di suore intercongregazionale (ossia di diverse congregazioni, etnie e Paesi), ci hanno dato il permesso di stare con loro una volta alla settimana. Noi abbiamo scelto il venerdì. La prefettura è stata molto accogliente, il direttore del Cas aperto e disponibile.

Nei nostri incontri settimanali, a volte siamo uscite insieme, altre volte le abbiamo portate in visita nella nostra struttura per farle sentire a casa, in famiglia. E poi abbiamo organizzato per loro dei piccoli corsi adatti a queste ragazze che hanno vissuto situazioni difficili dalle quali ancora non sono uscite».

Per esempio? Quali corsi avete pensato per loro?

«Anzitutto quello di primo soccorso, poi un corso di inglese basico perché in tante parlano inglese, ma in forma scorretta o dialettale, e poi ora stavamo facendo un corso di psicologia per aiutarle a prendere in mano le loro emozioni, i loro sentimenti, a credere in sé stesse, come fosse un percorso di crescita personale».

Chi sono le persone che si è trovata davanti al Cas di Torrenova?

«Sono donne migranti che vengono da situazioni molto difficili, hanno alle spalle quasi sempre esperienze di violenza. Diverse di loro sono analfabete, lo abbiamo imparato stando con loro. Per tutte queste ragioni è molto importante stare vicino a loro, per aiutarle a crescere nella nostra società. Questo è stato il nostro percorso. Perché interromperlo senza neanche avere chiesto un parere a nessuna delle persone coinvolte? Una vera mancanza di rispetto.

I percorsi con le giovani migranti in difficoltà vengono azzerati in nome di una legge che non credo sia dignitosa. Non c’è rispetto in questo momento per quello che si fa di positivo, questo lo sta dicendo tutta l’Italia del volontariato in questa fase storica».

Come si se sente ora che non potrà più incontrarle e continuare il lavoro cominciato insieme?

«Ci è rimasta in cuore tanta sofferenza perché in fondo queste donne per noi sono come delle figlie. L’ultima volta che abbiamo visto le ragazze è stato venerdì scorso. Siamo andate lì e le abbiamo trovate in lacrime. Per loro è stata una sorpresa, per noi anche. Nessuno di noi se lo aspettava. Quella è stata l’ultima volta che le abbiamo viste. La nostra esperienza è azzerata definitivamente».

Come avete reagito immediatamente dopo la chiusura?

«La prima fase è stata accompagnata dalle lacrime e da tanta sofferenza per questo modo di procedere così poco dignitoso e rispettoso per la persona. In un secondo momento ti viene la rabbia e l’indignazione che però non portano a niente. Nella terza tappa abbiamo cercato di riflettere, di pregare e di provare a capire quali sono le motivazioni nel nostro cuore per inventare nuovi percorsi per stare vicino a queste ragazze».

Se potesse fare un appello a chi ha il potere di trovare delle soluzioni?

«Alle persone che hanno in questo momento il potere vorrei dire: prima di prendere decisioni simili, venite a incontrare queste persone, settimana dopo settimana. Sono sicura che il vostro pensiero cambierà».

A proposito delle giovani migranti lei ha detto: custodiamo i loro nomi nei cuori.

«Sì, sono come delle figlie e i figli non si dimenticano mai. Io sono una suora missionaria e quindi incontro tante persone con cui faccio dei percorsi che prima o poi si interrompono e quindi incontro nuove persone. Diciamo che sono come delle pietre preziose nella mia esperienza di vita.

A volte, le situazioni che io vedo e che affronto sono situazioni di discesa agli inferi. E di fronte a questi contesti così difficili sia per i migranti, sia per le vittime di violenza che per quelle di sfruttamento lavorativo, l’unica cosa che possiamo fare è quella di esserci, di essere presenti vicino a loro. Invito tutti a fare un’esperienza di questo genere».