«Da noi funziona come in Calabria», le regole dei Casamonica. Il clan che si è fatto ‘ndrina

Ventitrè misure di custodia cautelare per la famiglia Casamonica. Le accuse di estorsione, usura e traffico di stupefacenti hanno quasi tutte l’aggravante mafiosa. 

E’ la seconda tornata di arresti dell’operazione Gramigna (e promette di non essere l’ultima). I carabinieri di Frascati, su ordine del gip di Roma hanno messo in custodia cautelare 23persone, dieci delle quali già detenute, per reati che vanno dall’usura, all’estorsione al traffico di stupefacenti. Nella maggior parte dei casi con l’aggravante mafiosa. Agli arresti si aggiunge un primo sequestro di beni: 400mila euro circa tra suppellettili dorate, orologi di marca e oggetti d’oro.

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L’inchiesta del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Giovanni Musarò ha preso il via a luglio scorso con la prima tornata di arresti che definiva per la prima volta in modo sistematico l’organizzazione dei Casamonica come vero e proprio clan mafioso.

Oggi, al racconto di allora si aggiungono altri dettagli in una storia – riassunta nelle 576 pagine di ordinanza di custodia cautelare – che parte dall’insediamento della famiglia sinti di provenienza abruzzese nel quadrante est della Capitale e dall’alleanza con la Banda della Magliana, biglietto d’ingresso negli affari più importanti della città fin dagli anni ’80.

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Oggi, i Casamonica sono:

Una struttura organizzativa arroccata nella parte sud-est della città di Roma, con roccaforte criminale nel Vicolo di Porta Furba ma controllante il territorio della zona Appio Tuscolano. L’organizzazione terrorizza gli abitanti infiltrandosi nell’economia legale mediante l’acquisizione di attività commerciali nel settore delle discoteche, dei ristoranti e dei centri estetici.

Testimoni e pentiti dicono che il clan non ha un capo dei capi, come accade per Cosa Nostra. Anche se Vittorio Casamonica, morto nel 2015 e salutato con un funerale che per la prima volta ha puntato gli occhi dell’Italia su quel che accade a Roma Est ci è andato davvero vicino. E oggi, dice l’inchiesta, il ruolo di primus inter pares è stato preso prima da Giuseppe Bitalo Casamonica e poi, quando è finito in carcere dalla moglie Liliana detta Stefania (colpiti dall’ordinanza ma già detenuti).

E’ un calabrese legato alla ndrangheta, Massimiliano Fazzari, a raccontare:

Quando Vittorio Casamonica era in vita, quello che diceva era. Se diceva A era A. Casa sua era importante come il santuario della Madonna di Polsi, aveva un po’ il ruolo di Domenico Oppedisano, Zi Mico (il presunto capo “reggente” della ndrangheta ndr).

Nella zona della Tuscolana, soprattutto in prossimità del vicolo di Porta Furba, i Casamonica hanno un controllo equiparabile a quello che può avere una locale di ‘ndrangheta in un paese calabrese.

Ma una ricostruzione analogaarriva anche da Roberto Furuli originario di Laureana di Borrello, nella zona di Reggio Calabria:

Quando ancora era in Calabria, aveva sentito parlare dei Casamonica come di una famiglia di mafia, che aveva, nella capitale, lo stesso controllo del territorio che poteva avere una cosca di ‘ndrangheta in un paese della provincia di Reggio Calabria.

Mi risulta che abbiano rapporti anche con importanti famiglia di ‘ndrangheta, fra cui i Piromalli di Gioia Tauro. Per quello che mi risulta i rapporti fra i Casamonica e i Piromalli riguardavano gli stupefacenti.

I Casamonica a Roma sono una famiglia temuta e rispettata, non in ragione dei loro rapporti con la ‘ndrangheta ma in ragione del fatto che si fanno rispettare. A Roma il nome Casamonica incute paura a tutti, così come il nome Bellocco incute paura a Rosarno.

I racconti delle vittime

Insomma, dicono i pentiti, i Casamonica a Roma fanno paura perché «sono tanti, sono più di mille». Famiglie legate ad altre famiglie, senza un vero capo anche se i “preferiti” di Vittorio sono anche quelli che più pesano. E che con la forza dei numeri e dei metodi violenti stringono non solo i debitori ma anche negozianti grandi e piccoli in una morsa che rapidamente si trasforma in estorsione, come è accaduto ad attività commerciali anche piuttosto famose nel quadrante Est della città.

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Ha spiegatoun negoziante:

Ti fanno assistere a delle scene di scazzottate tra loro, anche con l’uso di armi, per farti capire che possono essere anche violenti. Una di queste scene l’ho vissuta personalmente ed ho già riferito nel corso delle indagini che vi ho accennato in premessa e mi hanno visto vittima di usura ed estorsione. Questa è la tecnica, credetemi. Non è possibile uscirne vivi.
Ultimamente sono arrivato al punto di fare cattivi pensieri relativamente alla mia vita.

L’unica nota positiva in questo quadro, spiegano gli inquirenti, è che dopo gli arresti di luglio e la loro conferma anche in Cassazione alcune delle vittime hanno iniziato a parlare: «Non spontaneamente, ma finalmente rispondono alle domande. Qualcosa si è mosso».

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