Terremoto dei dazi Usa-Cina: quali sono i rischi per l’economia europea?

Le guerre commerciali minano la stabilità di aziende e Paesi anche se non direttamente coinvolti negli attriti. Le borse sprofondano, il timore generale ferma gli investimenti nelle aziende e il mercato europeo si trova a dover affrontare un surplus di offerta di prodotti cinesi che potrebbero non finire più sul mercato americano

Le borse in Europa sono in forte calo: c’è sfiducia da parte degli investitori. Questa è la prima scossa d’assestamento che si ripercuote nel nostro continente in seguito al terremoto dei dazi Usa-Cina. Ma la guerra tra i due giganti economici ha ripercussioni sotto molti altri aspetti: ogni tweet di Donald Trump rischia di spegnere la traballante fiamma della ripresa economica dopo la crisi iniziata nel 2008. O di bruciare anni di progressi negli accordi commerciali. Ma, tra quelle ceneri, potrebbe esserci nascosta anche qualche opportunità.

Terremoto di maggio

Sono bastati pochi caratteri su Twitter per far naufragare la pax commerciale verso la quale navigavano Stati Uniti e Cina. L’annuncio, inaspettato, di Trump, ha inferto un duro colpo sui mercati globali. Da venerdì 10 maggio, stando alle parole del presidente americano, i dazi su 200 miliardi di prodotti importati dalla Cina aumenteranno dall’attuale 10% al 25%. E che altri 350 miliardi di dollari di prodotti made in Cina saranno tassati prossimamente.

Ad ogni modo, scongiurato l’annullamento della visita della delegazione cinese in Usa, prevista per l’8 maggio proprio per discutere di temi commerciali, il portavoce del ministro degli Esteri Geng Shuang ha detto che «Usa e Cina possano trovare una soluzione a metà strada». Ma, per i mercati, i tweet di Donald Trump valgono di più delle rassicurazioni di Pechino: tutte le borse europee stanno vivendo un sei maggio in profondo rosso.

Terremoto dei dazi Usa-Cina: quali sono i rischi per l'economia europea? foto 1

Ansa | La guerra dei dazi Usa-Cina fino ad agosto 2018

Scossoni finanziari

Il mercato, in un mondo fortemente globalizzato, è iperconnesso. Ogni giorno le prime borse ad aprire sono quelle asiatiche e, se un partner come gli Stati Uniti annuncia nuove tasse sui prodotti di importazione, il crollo è fisiologico. Poi le seconde borse che iniziano le contrattazioni sono quelle europee. L’economia degli Stati membri dipende molto dall’export e, in un periodo di escalation protezionistica, i timori di imprese e investitori aumentano. Settore tecnologico, materie prime e servizi finanziari sono i titoli più sollecitati.

L’Europa trema

La guerra commerciale, come già successo, potrebbe coinvolgere anche l’Europa. Da tempo Trump lancia accuse contro l’Unione europea perché vieta l’importazione di carni trattate con gli ormoni, legale negli Stati Uniti ma giudicate dannose per la salute oltreoceano. Anche la bilancia commerciale è molto favorevole ai Paesi europei: siamo Paesi con una forte vocazione all’export. Questo fa vagheggiare l’imposizione di nuovi dazi per la merce importata in Usa dal vecchio continente.

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Infatti, se nel 2018 le esportazioni dell’Ue verso gli Stati Uniti valevano 487,9 miliardi di dollari, il flusso inverso ne valeva solo 318,6. Acciaio (25%) e alluminio (10%), lo scorso giugno, sono stati i primi prodotti a essere tassati. Uno dei settori più allarmati da questo atteggiamento di chiusura è quello dell’automotive. L’industria del veicolo, con delle tariffe doganali ipotizzate intorno al 25%, l’impatto stimato delle perdite si aggira intorno ai 45 miliardi di euro.

Per quanto riguarda l’Italia, ecco i 10 settori più attivi nell’export statunitense e che potrebbero subire un brusco arresto se la politica protezionista di Trump si espandesse all’Europa:

  • macchinari e apparecchiature: 7.878,5 miliardi di dollari;
  • autoveicoli e rimorchi: 5.111,7 miliardi di dollari;
  • navi, locomotive, aerei e mezzi militari: 3.840,9 miliardi di dollari;
  • farmaceutica: 3.722,5 miliardi di dollari;
  • prodotti di altre industrie manifatturiere: 2.239,5 miliardi di dollari;
  • alimentari: 2.160,4 miliardi di dollari;
  • bevande: 1.953,0 miliardi di dollari;
  • prodotti chimici: 1.893,9 miliardi di dollari;
  • prodotti in pelle (no abbigliamento): 1.724,9 miliardi di dollari;
  • abbigliamento: 1.611,1 miliardi di dollari.

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Il riflesso dell’acciaio

Seppure la guerra dei dazi imposti alla Cina non fosse applicata per i Paesi europei, qual è la conseguenza della vessazione di un canale di commercio? Semplice: nel momento in cui esportare i propri prodotti negli Stati Uniti diventasse sempre meno conveniente per Pechino, i prodotti che il dragone destina all’export sarebbero spinti verso altri mercati. Qualche segnale si è già avvertito per l’industria dell’acciaio.

Cosa succede quando in un mercato viene immesso un grosso quantitativo di merci? Aumenta l’offerta del bene e quindi il prezzo cala. Ma quel prezzo di vendita è insostenibile per i produttori europei, che hanno un costo del lavoro e degli standard di produzione che non permettono un elevato abbattimento del prezzo. Invece, le aziende cinesi, spesso finanziate dallo stesso Stato e che sfruttano una manodopera estremamente contenuta, sono in grado di offrire prodotti a prezzi di gran lunga inferiori.

Chiudere il mercato aperto

Le guerre commerciali, anche se combattute principalmente da due soli Paesi, scuotono la stabilità economica mondiale. Soprattutto per i Paesi europei che, dopo la crisi del 2008, hanno investito moltissimo per lo sviluppo dell’export delle proprie aziende. Questo perché, con la diminuzione dell’occupazione e del potere d’acquisto dei cittadini europei, anche i consumi interni sono crollati. Una delle spinte più performanti per la ripresa economica è stata proprio l’esportazione.

Per la natura interdipendente del sistema di scambi mondiale, è l’intero commercio globale a risultare fortemente compromesso ogni qualvolta si alzi un muro nei canali di commercio. E con la sfiducia diffusa dai dazi, le aziende europee nate o convertitesi con una forte vocazione all’export, subiscono un freno che ne mira la stabilità.

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