Corte Ue: «No ai rimpatri se i rifugiati rischiano la tortura nei Paesi d’origine». Anche se hanno commesso reati in Italia

di Angela Gennaro

Immediata la reazione di Salvini: «Non cambio idea e non cambio la legge: i “richiedenti asilo” che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro»

Non si può rimpatriare nei paesi di origine chi rischia tortura o altri trattamenti inumani vietati dalla Convenzione di Ginevra. Anche se il paese ospitante ha negato o revocato lo status di rifugiato, magari per «validi motivi di sicurezza». È quanto stabilisce una sentenza pubblicata oggi, martedì 14 maggio, della Corte di giustizia Ue. «Fintanto che il cittadino di un Paese extra-Ue o un apolide abbia fondato timore di essere perseguitato nel suo Paese d'origine o di residenza, questa persona deve essere qualificata come rifugiato indipendentemente dal fatto che lo status di rifugiato sia stato formalmente riconosciuto», scrivono i giudici.

La Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) è, come si legge sul sito ufficiale, l'organismo che interpreta il diritto dell'Unione europea per garantire che sia applicato allo stesso modo in tutti gli Stati membri e dirime le controversie giuridiche tra governi nazionali e istituzioni dell'Ue. Nel caso in questione, è stata chiamata in causa dai giudici di Belgio e Repubblica Ceca, per pronunciarsi sulla conformità delle disposizioni della direttiva europea sui rifugiati a partire dai ricorsi presentati da una persona ivoriana, una proveniente dal Congo e un'altra originaria della Cecenia. Persone cui è stato revocato o rifiutato lo status di rifugiato per gravi motivi – fattispecie prevista dalla stessa Convenzione di Ginevra. Nessuno, dicono i giudici del Lussemburgo, può essere rimpatriato in Paesi d'origine dove le persone possono subire torture e trattamenti inumani e degradanti. 

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Una sentenza destinata ad avere conseguenze anche nel nostro paese. E infatti non si fa attendere il commento del ministro dell'Interno Matteo Salvini, papà del primo decreto sicurezza che introduce la possibilità di revocare la cittadinanza italiana per le persone che sono ritenute un pericolo per lo Stato (passaggio a rischio incostituzionalità, perché la stessa Corte Costituzionale, mette la cittadinanza tra i diritti inviolabili) e che nei giorni scorsi aveva chiesto il coinvolgimento collegiale del governo – scrivendo al suo collega degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e al premier Giuseppe Conte per esortare un'azione congiunta sui rimpatri, per cui sono necessari gli accordi bilaterali con i paesi di origine. «Ecco perché è importante cambiare questa Europa», dice Salvini. «Comunque io non cambio idea e non cambio la legge: i “richiedenti asilo” che violentano, rubano e spacciano, tornano tutti a casa loro», dice il vicepremier. E, nel Decreto Sicurezza Bis, annunciato, presentato, criticato da più parti ma non ancora legge dello Stato, promette «norme ancora più severe contro scafisti e trafficanti».

La sentenza

La sentenza che arriva oggi dal Lussemburgo spiega che la direttiva europea deve essere «interpretata e applicata nel rispetto dei diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue». Diritti che «escludono la possibilità di un respingimento» lì dove la persona vada incontro a questo tipo di rischi. È la Carta che vieta in termini categorici «la tortura nonché pene e trattamenti inumani e degradanti a prescindere dal comportamento dell'interessato e l'allontanamento verso uno Stato dove esista un rischio serio che una persona sia sottoposta a trattamenti di tale genere».

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Elio Desiderio / Ansa | Sedici migranti approdano con una barca direttamente a Lampedusa, 25 marzo 2019

Sette anni fa, nel 2012, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo aveva condannato l'Italia per i respingimenti di immigrati verso la Libia: è il caso 'Hirsi Jamaa e altri contro l'Italia' risalente al 2009 quando 200 persone provenienti dalla Somalia e dall'Eritrea e partite dalla Libia vennero rimpatriate dalle autorità italiane nel paese africano. L'Italia, in quel caso, aveva violato il principio di non refoulement previsto dalla Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo: il divieto di respingere le persone verso paesi dove possono essere perseguitati o sottoposti a «trattamenti inumani o degradanti».

Oggi i giudici europei sottolineano che il diritto dell'Unione dà ai rifugiati una protezione ancora maggiore di quella riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra, perché, in casi di rifiuto o revoca dello status di rifugiato per gravi e validi motivi, comunque quella persona non può essere rispedita indietro. Saranno poi i giudici di ogni singolo paese europeo a pronunciarsi sull'eventuale status, invece, di irregolarità di una persona.

In copertina Twitter | Mediterranea Saving Humans