Venerdì 17: la giornata contro la superstizione

di Juanne Pili

Le superstizioni sono popolari per definizione, ma potrebbero non avere solo una componente culturale. Diversi studi suggeriscono la nostra predisposizione a particolari «difetti del comportamento» Esistono anche fenomeni psicologici che possono concorrere alla loro formazione, come i bias negativi

Venerdì 17 è la giornata ideale per ricordare quante superstizioni esistano ancora al mondo. Per quale motivo in tanti siamo portati a pensare che questa data porti sfortuna rispetto ad altre? Anche il numero «17» è ritenuto di cattivo auspicio, ma non in tutte le culture, si tratta di una credenza tipica di quelle latine e greche.

Non è molto chiara l'origine, ma se scriviamo il numero in caratteri romani (XVII) otteniamo l'anagramma di «VIXI», che in latino significa «vissi», dunque «ora sono morto». A questo si aggiungerebbe il richiamo al Venerdì Santo, quello della crocifissione di Cristo. Collegato a questo, ricordiamo che nell'ultima cena Gesù con e gli apostoli erano in tutto «13 a tavola», ed è per questo che il numero 13 è diventato di cattivo auspicio, soprattutto quando si organizza una cena. Nei Paesi anglosassoni invece «venerdì 13» è la data sfortunata per eccellenza.

Potremmo pensare che le superstizioni siano soprattutto italiane, con esempi tipici nelle diverse regioni, come quelle napoletane e siciliane. Tuttavia anche quelle inglesi e russe sono degne di menzione. Ci sono poi eventi che, a causa della loro importanza, diventano terreno fertile per le superstizioni. In tutto il mondo, per esempio, il matrimonio è certamente l’evento in cui essere superstiziosi sembra addirittura d’obbligo.

In Italia il Cicap (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni pseudoscientifiche) è l'associazione che si impegna di più per organizzare degli eventi pubblici, così da spiegare come mai questo genere di comportamenti e credenze possano essere tossiche per una società sana. Questo venerdì 17 il Comitato festeggia anche i 10 anni della sua Giornata anti-superstizione, con molti eventi organizzati dai gruppi locali sparsi in tutta la penisola.

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Wikipedia |Totò nell'interpretazione del personaggio dello Iettatore.

Le ragioni psicologiche della superstizione

Il problema non è credere o meno ai «gatti neri iettatori» o evitare di passare sotto una scala, quanto il meccanismo alla base, da cui poi fanno leva le frodi, le tesi di complotto e quelle pseudomediche. Si tende ad attribuire un evento alla superstizione se è improbabile che accada. Più ci sembra straordinario l'evento, maggiore è la probabilità che se ne dia una spiegazione soprannaturale.

Alla base di tutto c’è il desiderio di poter controllare gli eventi conoscendone le cause determinanti. In assenza di apparenti cause naturali anche qualsiasi situazione può così venire interpretata come dovuta a un particolare gesto o comportamento errato. 

Attribuire un evento a ragioni dettate dalla superstizione ci dà così un'illusione di controllo esterno, mentre è più probabile che questa sortisca effetti su di noi mediante la suggestione, predisponendoci meglio – o peggio – nell'affrontare una particolare situazione. Tanto più un evento è negativo, maggiore sarà la probabilità di ricordarlo collegato a circostanze superstiziose. 

Questo non riguarda solo i fenomeni naturali. È un meccanismo che ci porta a identificare addirittura persone che porterebbero sfortuna, circostanza della quale sono state vittime nel mondo dell’arte diverse persone, come la cantante Mia Martini. Se invece tutto ci va bene è più probabile che cerchiamo spiegazioni anche in altri fattori, come le nostre capacità o l’aiuto di altre persone.

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Pexels |Un gatto nero davanti a noi. Tipica situazione di «cattivo auspicio».

I piccioni di Skinner: esistono animali superstiziosi?

Un classico nella letteratura scientifica sulla superstizione è certamente lo studio di B. F. Skinner sui piccioni pubblicato sul Journal of Experimental Psychology nel 1938. Si tratta di un esperimento molto controverso di cui J. Saddon e E. Simmelhag fornirono una interessante critica su Psychological Review nel 1971.

Skinner osservò che dei piccioni sottoposti a digiuno, se messi in apposite gabbie dove a intervalli di tempo casuali veniva rilasciato del cibo, tendevano a ripetere i gesti che stavano compiendo nel momento in cui scoprivano di potersi sfamare. Un comportamento che veniva registrato anche se non sempre al ripetere del gesto corrispondeva il rilascio di cibo. 

Alcuni esemplari compivano gesti ripetitivi, uno girava su se stesso nella aspettativa che questo potesse portare il cibo, un altro spingeva la testa continuamente in un angolo della gabbia. Non è detto però che la superstizione sia l’interpretazione giusta di questi risultati. Si tratta a ogni modo di meccanismi definiti di «rinforzo», che sappiamo appartenere anche alla psiche umana, studiati persino in età infantile.  

Alla base della superstizione e dei riti scaramantici potrebbe quindi esserci una forma di difetto del comportamento, analogo a quello che fa compiere «gesti strani» ai piccioni di Skinner? Studi successivi hanno mostrato che i piccioni riuscivano a discriminare nel lungo periodo i cambiamenti dovuti a un loro comportamento da quelli indipendenti. Si comincia così a definire «superstizioso» un comportamento continuato dovuto ad un rinforzo (un evento positivo/appagante), avvenuto casualmente e a una distanza temporale molto ristretta.

Superstizione e pseudoscienza

Possono giocare un ruolo importante anche i nostri sentimenti, i pregiudizi e le ideologie, come si vede spesso quando si vogliono promuovere medicine alternative. Oppure si sviluppa la convinzione che i vaccini possano collegarsi a effetti avversi, una teoria che può essere smontata con qualche piccola verifica.

La superstizione vive quindi della confusione tra una correlazione casuale e un reale rapporto di causa-effetto, ma ha anche i suoi riti (quelli scaramantici magari) e radici culturali. In gioco entrano anche fattori evolutivi. In uno studio pubblicato nel settembre 2009 su Proceedings of the Royal Society si mostra come «la selezione naturale può favorire strategie che portano a frequenti errori di valutazione finché la risposta occasionale corretta comporta un grande beneficio di forma fisica». 

Per come funziona il nostro cervello, due eventi che hanno una bassa probabilità di essere associati assieme quando si verificano, portano a frequenti errori di valutazione: quanto è probabile che passando sotto una scala ci cada una tegola in testa? Quando capita è facile che nasca la convinzione che passare sotto una scala porti sfortuna. Col tempo dimentichiamo i singoli soggetti che hanno sperimentato questo genere di esperienza, ma il collegamento «scala-sfortuna» si imprime nelle generazioni, divenendo una superstizione.

Viceversa, associazioni molto forti generano raramente interpretazioni errate: se lasciamo cadere un sasso è altamente probabile che finisca a terra, nessuno dubita che esista una forza di gravità oggi, fatta eccezione per i terrapiattisti, ovviamente. Quanto è probabile invece che un bimbo manifesti sintomi di autismo nello stesso periodo in cui – casualmente – vengono fatte le prime vaccinazioni? L’estrema vicinanza temporale, in mancanza di una educazione al corretto metodo scientifico, continua tutt’oggi a essere fonte di nuove superstizioni.  

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Anche la convinzione che i vaccini fanno male può essere ritenuta una forma di superstizione.

La superstizione alla base delle teorie di complotto

La predisposizione alla superstizione può fare danni. Possiamo trovarla anche dentro gli ospedali. Citiamo a titolo d’esempio uno studio pubblicato nel maggio 2017 sul Journal of Religion and Health. I ricercatori descrissero l’abitudine nell’Ospedale universitario di Santa Lucia a Cartagena di praticare particolari riti e gesti legati alla religione e alla cultura popolare nel reparto neonatale. 

Secondo il 70% del personale sanitario e il 60% dei genitori, i riti spirituali avrebbero giocato un ruolo importante nell’assistenza neonatale. Vennero trovati inoltre nel 26% dei casi analizzati degli amuleti accanto ai neonati, mentre il 40% dei genitori ha affermato di credere in determinati fenomeni magici, soprattutto nel «malocchio».

Anche il bias negativo è un ingrediente fondamentale nella genesi e diffusione di una superstizione. Curiosamente le tesi di complotto possono funzionare allo stesso modo: un attentato o un grave incidente che si riteneva improbabile è spesso facilmente collegato all’influenza di «agenti esterni»; mentre nessuno pensa che il proprio successo nel lavoro sia dovuto all’intervento dei massoni, che tramano per fargli andare bene le cose. 

In uno studio pubblicato nel novembre 2009 sul Journal of Experimental Psychology dei volontari parteciparono ad un gioco che simula degli esperimenti economici chiamato «Ultimatum game». Ogni volta che i partecipanti avevano esperienze negative erano più propensi a pensare che fosse coinvolto un agente esterno umano. Nella superstizione l’intervento esterno è da intendersi quello di non meglio precisati «influssi negativi», o meglio della sfortuna.

Questo accade perché fin dalle nostre origini abbiamo la tendenza a umanizzare gli agenti esterni, come se esistesse una volontà del fato che possiamo condizionare attraverso precisi comportamenti. Forse è così che nascono anche riti, miti e leggende. Nel 2010 venne pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology uno studio riguardante questo fenomeno, riscontrando che «gli agenti non umani antropomorfizzati sembrano soddisfare la motivazione di base nel dare senso a un ambiente altrimenti incerto».

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Pixabay |Agenti esterni antropomorfizzati, come i Rettiliani che «dominano il Mondo», sono alla base di diverse tesi di complotto.

Possibili spiegazioni neurologiche della superstizione

Se stiamo parlando di un meccanismo insito in tutti noi, allora dovrebbero esistere anche delle basi neurologiche del fenomeno? Uno studio pubblicato nel novembre 2013 su Brain Topography cerca di dare una risposta a questa domanda, avvalendosi della risonanza magnetica. Con questa tecnica i ricercatori hanno potuto analizzare le risposte neurali dei partecipanti a un esperimento in cui dovevano rispondere a situazioni dove riti e credenze sul «buon auspicio» venivano messe in pratica nell'effettuare determinate scelte economiche. 

Nella loro conclusione i ricercatori suggeriscono la presenza di una specifica area del cervello che potrebbe essere coinvolta nei meccanismi che scatenano comportamenti e convinzioni dettate dalla superstizione. Qualche ruolo potrebbe essere giocato anche dalle aree interessate al linguaggio. Nel gennaio 2018 è stato pubblicato sul Quarterly Journal of Experimental Psychology il resoconto di tre esperimenti in cui degli studenti di lingue avrebbero attenuato la superstizione quando leggevano la ricostruzione di scenari negativi in linguaggi stranieri. 

Non è chiaro però quale sarebbe il ruolo giocato dal linguaggio. Una spiegazione fornita dagli stessi ricercatori è che «le credenze superstiziose vengono tipicamente acquisite e praticate in contesti che riguardano il linguaggio nativo. Risulta quindi che la lingua madre le evoca più fortemente rispetto a un linguaggio straniero».

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Flickr |Esiste un'area del cervello che spiega i comportamenti superstiziosi?

Dalla superstizione alle norme di condotta sociale

Il meccanismo della superstizione è talmente radicato storicamente e culturalmente che può aver giocato un ruolo importante anche nella costituzione delle nostre norme di comportamento. In un recente studio pubblicato nell'aprile scorso dall'Accademia americana delle scienze (Pnas), si legge che «le norme sociali sono un insieme di credenze o superstizioni sugli eventi che accadono in Natura. Sebbene questi eventi non abbiano alcun significato intrinseco, gli individui possono scegliere di credere che lo abbiano».

Sarebbe l’evoluzione quindi a determinare col passare dei secoli quelle che sono le norme sociali più efficaci, facendo scomparire altre percepite come meno utili? In questo senso i riti scaramantici e le superstizioni in generale, sembrano dei «fossili viventi» che ci ricordano come eravamo. 

Del resto per ogni credenza abbiamo avuto modo di tracciare una storia della sua origine, che corrispondeva a circostanze ormai scomparse. I gatti neri portano sfortuna perché si pensava diffondessero la peste bubbonica, mentre versare per terra del sale o dell’olio era segno di sciagure perché poteva rappresentare una perdita economica notevole.

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Pixabay |Sarebbe bene stare attenti a non far cadere mai il sale e l'olio, secondo alcuni pregiudizi che ricordano forse vecchie regole di buonsenso.

 

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