I critici fanno a pezzi il film di Tarantino con DiCaprio e Pitt su Hollywood ’69

C’è chi ha apprezzato, ma sono in tanti ad aver accusato il regista di essere troppo autoreferenziale. Uno sfoggio di citazioni cinefile poco amalgamate nella trama

Al festival del cinema di Cannes la croisette è impazzita quando sono arrivati sul tappeto rosso Leonardo DiCaprio e Brad Pitt: le due stelle del cinema sono state riunite nel cast di C’era una volta Hollywood, ultimo lavoro di Quentin Tarantino. Per il regista, invece, gli applausi si sono trasformati in critiche dopo la visione del film.

Nonostante l’appello del regista di non spoilerare la trama, giornalisti e critici di tutto il mondo hanno scritto del film: l’unica cosa trapelata è una generale delusione. La versione online de El Pais, la mattina del 22 maggio, ha aperto con questo sottotitolo: «Non si capisce dove questo film voglia andare a parare, i dialoghi sono inconsistenti e carenti di ingegno».

E la critica si chiude così: «Si è sentito qualche timido applauso alla fine della proiezione. Ma temo che si sia trattato di qualche fan volontariamente cieco e della gente pagata per fare promozione a questa sventurata pellicola».

Leggendo le varie recensioni, la costante è il rammarico perché proprio qui, 25 anni fa, Quentin Tarantino presentò il suo Pulp Fiction. «Il maestro americano dei discorsi energici e dei pastiche ragionati – scrive IndiWire – consolida le sue qualità in una visione tentacolare dell’industria cinematografica del 1969, ma la lettera d’amore contagiosa di Tarantino non ha una trama».

I film del regista di origini italiane sono sempre stati autoreferenziali. Ma in C’era una volta Hollywood Tarantino si è imperniato in un citazionismo di vecchie pellicole che, a differenza di Bastardi senza gloria, si è arenato nell’esagerazione. «Volti più o meno noti sono solo giochini privati che appaiono e spariscono senza lasciar traccia, piccoli e sterili divertimenti che forse appagano la bulimia cinefila di Tarantino ma non servono a molto altro», scrive il Corriere.

A onor del vero, c’è anche chi ha apprezzato. Su Dagospia la recensione è un omaggio all’arte di Tarantino: «Esattamente come in The Hateful Eight, che è forse il suo film più importante se non il suo capolavoro, il western è solo un mezzo per colpire molto più in alto e dire cose più scomode. Lì l’America dilaniata dagli odi di razza e dalla violenza che porterà a Trump, qui la macchina di odio che porterà alla macelleria della Manson Family».

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