Guerra tra toghe, Zingaretti frena: «Perché Lotti e Ferri non devono dimettersi»

Non si placa la polemica sul “giro” che avrebbe messo in piedi l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, per influenzare la nomina del successore di Giuseppe Pignatone alla guida della procura di Roma.

Dopo che le indagini hanno confermato che Palamara organizzava riunioni notturne in albergo per discutere della nomina giusta assieme a Luca Lotti (che evidentemente puntava a ridimensionare il ruolo del procuratore aggiunto Paolo Ielo, oggi tra i magistrati più in vista della procura) si è accesa la discussione su quale debba essere il ruolo del Csm nella scelta dei vertici della magistratura.

Duro l’intervento di Matteo Salvini, tanto più che la Lega ha sempre puntato ad una riforma dell’organo di autogoverno della magistratura: «Per quanto riguarda i problemi interni al Csm emersi in questi ultimi giorni, è chiaro che è urgente una riforma dei criteri di nomina ed elezione del Csm e la riforma dell’ordinamento giudiziario», ha detto.

Propone una revisione dei criteri di scelta dei magistrati che siedono a Palazzo dei Marescialli anche il Guardasigilli, Alfonso Bonafede: «Tutti dobbiamo cominciare a lavorare ad una riforma del Csm, del resto era scritto nel contratto di governo. Dobbiamo riflettere sulla possibilità di intervenire sul sistema elettorale».

Il Movimento Cinque Stelle ha sempre sostenuto che i membri del Consiglio che governa direttamente la magistratura (e dunque decide ogni cosa, dalle promozioni ai provvedimenti disciplinari ai trasferimenti) dovrebbero essere scelti per sorteggio e non eletti ogni cinque anni come accade adesso.

A dir poco timida la posizione del segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Lotti e Ferri (presenti alle cene di Palamara) si devono dimettere? «No perché non sono indagati».

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