Perché contro il fenomeno delle spose bambine la disinformazione è un problema

Le falsità inquinano le discussioni e le battaglie comuni. Chi ci perde sono soprattutto le piccole vittime

Il criminologo Alessandro Meluzzi, Primate della Chiesa Ortodossa Italiana e Presidente onorario del Partito Anti-Islamizzazione, è molto attivo sui social e in particolare su Twitter. Punto di riferimento nell’area destra-sovranista, aveva sostenuto con insistenza la bufala del cuore di Pamela Mastropietro mangiato dai suoi assassini e condiviso con leggerezza contenuti falsi nonostante l’evidenza, come nel caso della fotografia delle presunte spose bambine – già spiegata da Open – pubblicata nel tweet del 12 giugno 2019:

Sono matrimoni islamici con bambine di 10 anni non cresime! @matteosalvinimi @GiorgiaMeloni @LegaSalvini @LaVeritaWeb @IlPrimatoN @

Oltre 940 «cuoricini», oltre 720 retweet e più di 600 commenti tra i quali quello di Butac che condivide l’articolo, il quale spiega che quelle bambine non erano affatto spose, ma damigelle di un matrimonio avvenuto in Palestina al quale avevano assistito numerosi giornalisti internazionali. Quel giorno era presente anche il giornalista Vittorio Arrigoni:

Io che stavo a 200 metri da dove si è celebrato il matrimonio collettivo, sorseggiando un milkshake, confermo l’autenticità della scena da me sopradescritta: non sono le spose quelle bambine, sono solo le damigelle.

Il 13 giugno 2019, attraverso un tweet silenzioso, condivide un’altra foto dall’inequivocabile messaggio: un uomo anziano assieme a una bambina vestita con un abito da cerimonia.

Ne avevamo parlato in un articolo di Open spiegando che non era affatto una sposa bambina, ma una foto di una celebrazione per le bambine di un istituto in Turchia che avevano imparato a leggere il Corano.

Quali sono i problemi?

A ogni falso contenuto condiviso si riscontrano le seguenti reazioni:

  • utenti che credono al contenuto e che reagiscono in maniera scomposta quando nel caso specifico non dovrebbero;
  • utenti che si rendono conto della falsità del contenuto e che reagiscono anch’essi in maniera scomposta;
  • scontri inutili tra chi ci credeva, chi giustifica la condivisione, e chi non accetta la falsità pur non negando l’esistenza del fenomeno.

Di fatto, chi ha condiviso il contenuto falso vede meno la sua pretesa di credibilità e di autorevolezza soprattutto se non pone rimedio, a meno che non sia intenzionato ad aumentare la polarizzazione tra le parti alimentando quella che lo sostiene. In tutto ciò si evidenzia una perdita di tempo nella lotta contro il fenomeno.

Il fenomeno delle spose bambine esiste e bisogna affrontarlo con i fatti reali, non con la disinformazione. Il problema di questo genere di comunicazione danneggia tutti, in particolar modo le vere bambine spose che ci sono nel mondo.

Purtroppo, questo genere di condivisioni genera anche ulteriore disinformazione sul contrasto al fenomeno, come nel caso di Isabella che in un tweet sostiene che «nessuna organizzazione umanitaria fa nulla per fermare questi matrimoni di stampo pedofilo» quando invece ci sono e da anni, come dimostrato dal documento pubblicato nel 2011 dall’Human Rights Watch dove si riportano anche le richieste di azione ai governi e alla società civile.

Oltretutto non bisogna dimenticare le persone ritratte insieme alle bambine nelle foto diffuse con una falsa narrazione. Senza conoscere le ideologie o le loro vite personali, questi adulti vengono etichettati come pedofili senza che ci sia alcuna prova.

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