Québec, vietati veli e crocifissi in pubblico: svolta alla francese contro i simboli religiosi

di OPEN

La legge, promossa dal centrodestra nazionalista, si scontra con i principi nordamericani del comunitarismo. Una mossa che potrebbe aprire le porte a un conflitto tra Stato e Provincia

In Québec, la regione a nord est del Canada che da qualche anno a questa parte ha ricominciato a guardare ai modelli della Francia, domenica 16 giugno è stata approvata una legge che vieta l’ostentazione di simboli religiosi nei luoghi pubblici. Una norma che, però, si scontra con il principio multiculturale presente nella Carta costituzionale canadese del 1982.

Niente più veli né turbanti né kippah per i giudici, ad esempio, o per chiunque eserciti una funzione pubblica. Via i crocifissi dalle scuole e dagli ospedali, negli edifici delle forze dell’ordine e nelle aule dei tribunali. Il cavallo di battaglia della coalizione di centro destra Coalition Avenir Quebec arrivata al governo nell’ottobre 2018, si scontra con il multiculturalismo dello Stato federale canadese. E la «questione nazionale» del Québec è pronta a riaprirsi.

Già nel 2018 il Parti Quebecois, il partito di maggioranza nella Regione che ha promosso il disegno di legge e che sostiene l’indipendenza del Québec dal Canada, aveva parlato della necessità di approvare una Carta dei valori laica nella provincia. Era il 2016 quando per la prima volta furono vietate le celebrazioni religiose negli spazi pubblici, passo che ha strappato radicalmente con i principi canadesi, che vedono nello sviluppo e nella coesistenza di differenti culture un punto di forza del Paese.

A esultare della presa di posizione del Québec è stato il sociologo Mathieu Bock-Côté, da sempre sostenitore su importanti testate giornalistiche della linea à la francese, che su Twitter ha parlato di «un momento storico per il nazionalismo quebechiano». Un passo avanti, insomma, verso l’ipotesi di un nuovo referendum per l’indipendenza verso il 2022.

In difesa del multiculturalismo si è sempre battuto invece il primo ministro canadese Justin Trudeau, di orientamento liberale, che negli ultimi mesi in cui la proposta era in discussione in Assemblea ha ribadito: «Per me è impensabile che, in una società libera, possiamo legittimare la discriminazione nei confronti di alcuni cittadini per via della loro religione».

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