Omicidio Cerciello, il carabiniere Varriale indagato dalla Procura militare. Cosa non torna nella sua versione

di OPEN

Varriale accanto al militare ucciso. Eppure non ha mai saputo restituire una fotografia chiara di quelle ore. Ora dovrà rispondere ai magistrati militari

Oltre all’indagine sull’omicidio di Mario Cerciello Rega e quella sulla diffusione dell’immagine in cui uno dei due ragazzi americani appare bendato, si apre un terzo filone d’inchiesta e riguarda Andrea Varriale, il collega del carabiniere ucciso. Varriale era intervenuto, insieme a Cerciello, in piazza Mastai per fermare i due giovani che volevano ottenere soldi e droga in cambio del borsello di Sergio Brugiatelli.

Si complica dunque la posizione del collega di Cerciello, già accusato dai legali di Finnegan Lee Elder, uno dei due americani, di mentire. Gli avvocati hanno infatti ritirato l’istanza di scarcerazione: preferiscono aspettare perché «l’accusa si fonda su ricostruzioni di testimoni le cui parole sono di opinabile attendibilità», in riferimento appunto a Varriale.

Ora il carabiniere è indagato dalla procura militare per “violata consegna”. L’accusa viene mossa perché, secondo quanto emerso dalle indagini dei pm di piazzale Clodio, sia Cerciello Rega sia Varriale, la sera dell’omicidio, si erano presentati senza la pistola di ordinanza all’appuntamento con i due ragazzi americani (e per tutto il turno in servizio). L’iscrizione risulta essere un atto dovuto: a Varriale viene contestato l’articolo 120 del codice penale militare di pace che riguarda appunto la «violata consegna da parte di militare di guardia o di servizio».

La bugia sulla pistola di ordinanza

Il carabiniere, nelle ore successive all’aggressione, ha rilasciato infatti dichiarazioni confuse. La sua prima bugia riguarda proprio quella pistola di ordinanza che in un primo momento – nel corso di ben due verbali di indagine – ha detto di avere con sé. Salvo smentirsi e ammettere di essersi presentato disarmato: «È un’attività che viene svolta in borghese, con un abbigliamento che renderebbe complicato il possesso della pistola senza far saltare la copertura».

Nel verbale d’indagine, il 28 luglio aveva dichiarato di «aver indossato la pistola di ordinanza e le manette di sicurezza» , mentre in almeno tre occasioni – al maresciallo capo Daniele De Nigris, all’appuntato Mauro Ecuba e al carabiniere scelto Alberto Calvo – ha ammesso di non essere armato.

La fake news sull’origine degli aggressori

Una seconda bugia di Varriale riguarda la nazionalità dei due giovani. Il carabiniere, nelle dichiarazioni rese il 28 luglio, ha detto di aver descritto i due «come possibili soggetti di etnia nord africana, anche in ragione del fatto che il giovane con il quale sono entrato in colluttazione aveva un colorito che mi era sembrato scuro, olivastro». È stato lui in sostanza a diffondere nelle ore successive all’omicidio la fake news dei due nordafricani.

Gli altri dubbi su Varriale

Il carabiniere, dopo l’aggressione, avrebbe dato altre indicazioni confuse. Per esempio ha detto di non sapere perché gli fosse stato chiesto di identificare Brugiatelli, così come, dall’informativa depositata dai carabinieri del Nucleo investigativo, emerge che il carabiniere non ha saputo rispondere se quella notte la centrale operativa li avesse contattati o meno via radio poiché «in alcuni fragenti erano scesi dal veicolo e avevano lasciato al suo interno la radio portatile».

Infine non è chiaro nemmeno perché Varriale abbia sempre utilizzato la chat di WhatsApp per comunicare con il collega Cerciello Rega. Nei suoi tabulati non risultano telefonate o messaggi al carabiniere ucciso, eppure i due erano partner in turno.

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