Arabia Saudita, gli effetti degli attacchi alle raffinerie: il sospetto sull’aiuto dell’Iran. Trump: «Pronti con le migliori armi»

Secondo il quotidiano «Bloomberg» si tratta del più grande danno determinato da un singolo evento ai mercati petroliferi mondiali

Non si è fatta attendere la risposta americana agli attacchi dello scorso sabato a due impianti petroliferi sauditi. Gli Usa sono «pronti e carichi» per reagire, come ha dichiarato Donald Trump che è corso subito in soccorso del suo alleato nell’area, precisando di attendere conferme sulle responsabilità e le valutazioni dell’Arabia Saudita. «Stiamo vedendo se l’Iran è dietro a questi attacchi. Non voglio una guerra con l’Iran, cercherò di evitarla, ma gli Usa sono pronti con le migliori armi, jet, missili e altri sistemi» ha precisato il presidente americano.

«Le forniture energetiche dell’Arabia Saudita sono state attaccate. C’è ragione di credere che conosciamo i colpevoli, siamo pronti e carichi in attesa della verifica, ma stiamo attendendo di sentire dal regno saudita chi ritiene sia la causa di questo attacco, e in base a quali condizioni procederemo», ha scritto il Tycoon.

Nonostante si attendano conferme da parte di Riad, per il segretario di Stato americano Mike Pompeo il colpevole è solo uno: l’Iran. Fonti dell’amministrazione Usa hanno riferito alla Cnn che i raid sarebbero partiti dall’Iran o dall’Iraq. Ma dallo Yemen è arrivata la rivendicazione delle milizie Houthi.

Gli attacchi

Lo scorso sabato due impianti petroliferi del colosso del petrolio saudita Aramco, nell’est del Paese, sono stati attaccati da droni. L’offensiva, rivendicata dai gruppi armati Houthi yemeniti, è stata condotta con 10 aerei senza pilota.

Anche se per il ministro dell’Interno di Riad gli aerei sarebbero stati solo due. Un attacco al cuore e al potere economico del Paese saudita. Un’operazione chirurgica che ha dimezzato la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. La perdita ammonterebbe a circa cinque milioni di barili al giorno, circa il 5% della produzione giornaliera mondiale.

Gli attacchi hanno colpito l’impianto di Abqaiq, il più grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo e hanno causato vari incendi a Hijra Khurais dove vengono prodotti 1,5 milioni di barili al giorno.

Si tratta del terzo attacco di questo genere contro obiettivi sauditi negli ultimi cinque mesi da parte del gruppo armato yemenita. Abqaiq si trova 60 chilometri a sud-ovest di Dhahran, la sede principale del gigante petrolifero. Khurais, a 250 chilometri da Dhahran, è uno dei principali giacimenti petroliferi dell’azienda statale che sta preparando il suo sbarco da record in Borsa, inizialmente previsto per il 2018 ma rinviato a causa del calo dei prezzi del greggio sul mercato mondiale.

Un attacco che sta già avendo delle ripercussioni inevitabili sul prezzo del petrolio mondiale. Un’impennata per cui Trump ha già pronto un piano di riserva: «Ho autorizzato il rilascio ho autorizzato il rilascio di petrolio dalla Strategic Petroleum Reserve, se necessario, in un importo da determinare sufficiente a mantenere i mercati ben riforniti».

«Ho anche informato tutte le agenzie competenti per accelerare le approvazioni degli oleodotti attualmente in fase di autorizzazione in Texas e in vari altri Stati», ha annunciato il presidente americano via Twitter.

I precedenti

L’attacco alle petroliere è uno degli attacchi più diretti al regno saudita da parte delle milizie Houthi che da quattro anni si stanno scontrando con Riad nella guerra civile yemenita. Negli ultimi due anni gli Houthi hanno lanciato decine di droni e di missili a corto raggio contro l’Arabia Saudita.

I droni Houthi che sarebbero stati utilizzati nell’attacco sono basati su modelli iraniani, spesso sviluppati dalla tecnologia nordcoreana. Sono per lo più a corto raggio, fino a 300 chilometri.

La portata massima di questo sistema, soprannominato UAV-X, sarebbe tra i 1.200 e i 1.500 chilometri, a seconda delle condizioni del vento. La distanza tra i territori dello Yemen controllati dai Houthi e l’Abqaiq è di circa 1.300 chilometri. Ma alcuni analisti sono convinti che l’attacco sia stato compiuto non con droni ma con missili lanciati dall’Iran o dall’Iraq.

Le reazioni dei mercati

Gli attacchi sono stati definiti dall’agenzia Bloomberg come il più grande danno determinato da un singolo evento per i mercati petroliferi. L’agenzia ha ricordato come la perdita di di 5,7 milioni di barili al giorno, generata dall’attacco contro Riad, pari a circa il 5% della produzione mondiale, è superiore ai 5,6 milioni persi nel 1979 con la rivoluzione iraniana e dei 4,3 milioni di barili persi nel 1990 quando l’Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait e nel 1973 in occasione della guerra del Kippur tra Israele e Paesi arabi.

Il prezzo del petrolio è aumentato del 10% dopo l’attacco alle raffinerei saudite di Saudi Aramco, in quello che è al momento il maggior rialzo degli ultimi tre anni. Il Brent sale del 10,7% a 66,66 dollari mentre il Wti del 9,6% a 60,1 dollari. In avvio di contrattazione il Brent aveva messo a segno il più grande rialzo intraday da quando i future sono stati introdotti, nel 1988: 12 dollari al barile, pari ad un balzo del 19,5%. Il rialzo massimo del Wti è stato di 8,5 dollari (+15,5%).

Lo stallo tra Iran e Usa

Intanto sia da parte di Washington e Teheran arriva la smentita su un possibile incontro bilaterale tra il presidente iraniano Rohani e Donald Trump in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite prevista per il prossimo 17 settembre.

«Fake news», il presidente Usa Donald Trump ha commentato così su Twitter le indiscrezioni su un prossimo incontro «senza condizioni» con il presidente dell’Iran Hassan Rohani. È falso che Trump desideri «incontrare l’Iran senza alcuna condizione. Questa è una dichiarazione non corretta (come al solito)».

Sulla stessa posizione la controparte iraniana che tramite il portavoce del ministero degli Esteri ha chiarito che non c’è alcun incontro in programma con il presidente americano.

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