Migranti, tre persone fermate a Messina per tratta di essere umani e tortura

I migranti hanno raccontato di essere stati torturati e picchiati. Le persone fermate hanno tutte meno di 30 anni

La Dda di Palermo ha disposto il fermo a Messina di tre persone accusate di aver trattenuto in un campo di prigionia libico decine di profughi pronti a partire per l’Italia, sottoponendoli a torture, violenze e privazione di vario genere. Al momento del fermo si trovavano nell’hot-spot di Messina. Sono stati riconosciuti da altri migranti arrivati in Italia a luglio grazie alle foto segnaletiche della polizia.

Le accuse

I tre avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale un campo di prigionia a Zawyia, in Libia, dove i profughi pronti a partire per l’Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dopo il pagamento di un riscatto. Sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di persone, alla violenza sessuale, alla tortura, all’omicidio e al sequestro di persona a scopo di estorsione.

Le persone accusate hanno tutti meno di trent’anni. Si tratta di Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni, Hameda Ahmed, egiziano, 26 anni e Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. Condé avrebbe avuto il ruolo di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere il riscatto ai familiari.

Soltanto dopo aver ricevuto il pagamento ai migranti era concesso di continuare il loro viaggio. Secondo le ricostruzioni dei migranti, chi pagava veniva messo in libertà, con il rischio di essere catturato nuovamente da altri trafficanti. Chi invece non pagava veniva ucciso o venduto ad altri trafficanti. Il capo dell’organizzazione, tuttora in Libia, si chiamerebbe Ossama.

I tre sono stati riconosciuti dai migranti arrivati a Lampedusa il 7 luglio a bordo della nave Mediterranea, grazie alle fotografie segnaletiche mostrate loro dalla polizia. Si tratta di una pratica comune, che avviene dopo ogni sbarco in modo tale da identificare carcerieri o scafisti.

I centri di prigionia

I migranti hanno raccontato di essere stati torturati, picchiati e di aver visto morire compagni di prigionia nella ex base militare che conteneva migliaia di persone. Le vittime hanno raccontato di aver assistito alla morte di decine di persone, di stupri sistematici delle donne da parte degli uomini nigeriani che gestivano il campo.

Episodi simili sono stati più volte denunciati anche dai centri di detenzione libici in cui sarebbero rinchiusi migliaia di persone sottoposte regolarmente a violenze e privazioni di vario genere. A luglio decine di persone sono morte durante il bombardamento di un centro di detenzione a Tajoura, vicino Tripoli. Diversi centri si trovano tuttora nel mezzo alla guerra civile che vede contrapposte le milizie del Generale Khalifa Haftar alle forze di Fayez al-Sarraj.

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