MONDO :

Libia, bombardato un centro di detenzione migranti. Un testimone: «Almeno 100 morti»

Altre 130 persone sono rimaste ferite. Questa sera il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione di emergenza sulla Libia

Decine di persone sono morte in un raid aereo che ha colpito il centro di detenzione per migranti di Tajoura, vicino a Tripoli. Ci sono anche decine di feriti. Secondo Ismail Mohammed – uno dei portavoce dei rifugiati provenienti dal Sudan in Italia che è in contatto con alcuni sopravvissuti – i morti sarebbero almeno 100.

«Sono un centinaio le vittime del bombardamento sul centro di migranti in Libia, a Tajoura, molte donne e bambini. Molti dei feriti sono in condizioni gravissime e mancano all’appello una ottantina di migranti, per lo più gente del Sudan, molti del Darfur come me, ma anche somali, eritrei, etiopi», ha detto il portavoce. Al momento però Unsmil (la missione di supporto dell’Onu in Libia) parla di 44 morti e 130 feriti.

Ue: «Migranti e rifugiati vanno evacuati»

«L’attacco scioccante e tragico contro un centro di detenzione a Tripoli ci ricorda il costo umano del conflitto in Libia, così come la situazione terribile e vulnerabile dei migranti intrappolati nella violenza del paese», hanno detto in una nota congiunta l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, e i commissari Johannes Hahn e Dimitris Avramopoulos.

«La violenza contro i civili, inclusi i rifugiati e i migranti, è assolutamente inaccettabile e la condanniamo nei termini più duri. In Libia molti altri migranti sono a rischio e dovrebbero essere trasferiti in luoghi sicuri in modo che possano ricevere assistenza e essere evacuati», hanno concluso Mogherini, Avramopoulos e Hahn. L’Ue ha chiesto anche un’inchiesta contro gli autori di questo attacco.

Anche il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi si è espresso, chiedendo un’immediata presa di posizione da parte degli Stati Ue e l’apertura di un’inchiesta da parte dell’Onu. L’Agenzia per i rifugiati dell’Onu si è detta profondamente preoccupata dei continui attacchi ai centri per migranti. Questa sera, 3 luglio, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione di emergenza sulla Libia. Lo confermano fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro.

Conte: «L’unica soluzione è quella politica»

«Noi condanniamo lo scioccante e tragico attacco a un centro di detenzione a Tripoli. Noi abbiamo ripetutamente chiesto la cessazione delle ostilità e ribadiamo che l’unica soluzione, in Libia, è una soluzione politica», ha scritto in un tweet il premier Conte.

Salvini: «Serve intervento unitario Ue a sostegno di Serraj»

«Se l’Ue esiste deve dimostralo oggi. Visto che mi rompono le palle ogni giorno per ogni barca, barcone e barchetta, non posso tollerare che stiano zitti davanti ai morti in Libia. Che ci sia una condanna comune e un intervento diplomatico comune e unitario a sostegno dell’unico governo legittimo», ha detto Matteo Salvini.

Al-Sarraj accusa Haftar

In un comunicato, il governo di al-Sarraj, appoggiato dagli Stati Uniti, accusa il sedicente Esercito nazionale libico, guidato dal comandante Khalifa Haftar, di essere l’autore del raid aereo.

Il portavoce di Haftar ha ammesso che il generale è stato l’autore del bombardamento, ma ha assicurato che non volevano colpire il centro, ma la base di una milizia. Il portavoce ha accusato quindi al-Sarraji di utilizzare i migranti come «Scudi umani». «Abbiamo bombardato un sito legittimo. Chi ci ha messo migranti clandestini è il responsabile», ha detto il portavoce che chiede che venga avviata un’inchiesta internazionale.

Il centro di detenzione “ospitava” almeno 150 migranti di diverse nazionalità, la maggioranza provenienti da Paesi quali Sudan, Eritrea e Somalia.

La Libia è divisa tra due governi in guerra e le forze di Haftar controllano gran parte dell’est e del sud del Paese. A Tajoura, a est di Tripoli, si trovano diversi campi militari di forze alleate al governo di Sarraj.

Secondo la missione delle Nazioni Unite per la Libia sarebbero 3500 i migranti e rifugiati detenuti nei centri in zone che costituiscono un elevato rischio per la loro sicurezza.

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