Cecilia Strada: «Soccorrere nel Mediterraneo significa salvare schiavi» – Il video

«In mare si salva e poi si discute»

«Le politiche migratorie si giocano giorno per giorno direttamente sui corpi di chi si sposta con una sistematicità brutale, indifferente alla memoria e all’umanità. Abbiamo deciso di non accettare di vedere persone morire in mare, abbiamo deciso da che parte stare!». È questo il tema dell’incontro pubblico, organizzato dal Centro Sociale Cantiere, svoltosi ieri sera presso l’Arco della Pace a Milano.

Tra gli ospiti Cecilia Strada per Mediterranea Saving Humans, Nello Scavo, giornalista di Avvenire a bordo della Mare Jonio, Marta Bernardini di Mediterranean Hope, Ruggero Giuliani, vicepresidente di Medici Senza Frontiere e altri attivisti di Open Arms, Sea Watch e Alarm Phone, tutti assieme per ribadire un unico concetto: «Chi salva una vita salva il mondo intero».

«Soccorrere nel Mediterraneo centrale oggi significa anche liberare gli schiavi» afferma Cecilia Strada, perché quasi tutte le persone che oggi si recuperano in mare sono passate dalle carceri libiche, dove hanno subito stupri, vessazioni, torture e qualcuno è stato rivenduto più volte come schiavo.

A tutto questo si aggiunge l’insicurezza dello sbarco in un porto sicuro e la paura di essere rispediti in Libia, perché come spiega Cecilia Strada: «Quando sei sulla Mare Jonio e scende la sera, e col buio vedi le luci di Lampedusa e ti si avvicina un ragazzo per chiederti se quella che vede è l’Italia, e se possiamo andarci, ma tu devi rispondere no. E allora lui ti domanda se li riporteremo in Libia. Perché questa è la domanda, è l’unica domanda che esiste quando sei su una nave nel Mediterraneo centrale oggi. Libia? No Libia».

Ciò che sperano tutti quelli che oggi lavorano in mare, conclude Cecilia Strada, è che ricominci non “la pacchia” ma la legalità. Non servono grandi rivoluzioni ma il ritorno alla legalità delle convenzioni internazionali: «Una nave che soccorre dei naufraghi ha il diritto di sbarcare nel più breve tempo possibile nel porto sicuro più vicino. In mare si salva e poi si discute».

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