Naufragio dei bambini, a processo due ufficiali per la strage del 2013: sotto accusa i ritardi nei soccorsi

Il naufragio dell’ 11 ottobre causò la morte di 268 persone, di cui 60 bambini. Le autorità italiane vennero accusate di ritardo nei soccorsi

Il gup di Roma ha rinviato a giudizio l’ufficiale responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, Leopoldo Manna, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina, Luca Licciardi, in relazione al processo sul naufragio dell’ 11 ottobre 2013, dove morirono 268 persone tra cui 60 bambini, tutti migranti siriani in fuga dalla guerra civile.

Ai due imputati, il pm Sergio Colaiocco contesta i reati di rifiuto d’atti d’ufficio e omicidio colposo. Il processo è stato fissato al prossimo 3 dicembre davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Roma.

Il processo è stato ripreso ufficialmente a febbraio del 2019 dopo uno stallo di quasi due anni. I due militari Licciardi e Manna vennero accusati per aver ritardato i soccorsi: secondo le cifre basate sulle testimonianze, l’intervento rimandato costò la vita a circa 60 bambini. Di corpi ne vennero ritrovati solo 26.

Il naufragio

Alle 15:37 dell’11 ottobre 2013, la Nave Libra, il pattugliatore della Marina italiana, si trovava a un’ora e mezzo di navigazione (circa 15 miglia) da un barcone carico di famiglie siriane in avaria. Secondo quanto scoperto 4 anni dopo da diverse intercettazioni con la Guardia Costiera maltese, le autorità italiane avrebbero atteso 2 ore prima di intervenire.

Lampedusa è ad appena 61 miglia dal barcone, e le autorità sono preoccupate di dover gestire anche l’approdo. Nicola Giannotta, ufficiale in servizio alla centrale operativa aeronavale telefona a Licciardi, capo sezione attività correnti della sala operativa del Cincnav, per chiedergli cosa deve riferire al Pattugliatore Libra. La risposta di Licciardi è questa: «Che non deve stare tra i coglioni quando arrivano le motovedette… te lo chiami al telefono, oh, stanno uscendo le motovedette, non farti trovare davanti ai coglioni delle motovedette che sennò questi se ne tornano indietro».

La sala operativa della Guardia costiera ordina quindi alla Libra di andare via, e ai profughi di rivolgersi a Malta – che, però, è molto più lontana, a 118 miglia. La motovedetta maltese, il pattugliatore P61, arriva sul luogo della strage soltanto alle 17.51. La Libra arriverà dieci minuti più tardi, alle 18. Le autortità riescono a tirare a bordo 212 persone: a perdere la vita saranno oltre 260, di cui 60 bambini.

L’avvio di Mare nostrum

Nell’ottobre del 2013, due grandi naufragi a largo di Lampedusa segnarono un punto di non ritorno nelle cronache del Mediterraneo: il primo, quello del 3 ottobre, in cui morirono 368 persone. E quello di poco successivo, quello dell’11, dove ne morirono oltre 250 in una sola notte.

Il 18 ottobre, il governo italiano guidato da Enrico Letta vara l’operazione Mare nostrum, che spostava la frontiera dell’Europa un po’ più a Sud. Schierare le navi della Marina militare oltre le proprie acque territoriali era l’unica soluzione possibile per intervenire in maniera immediata nelle ecatombi del Mediterraneo. La zona Sar libica, infatti, sarebbe stata istituita solo 5 anni dopo, e quel “mare di nessuno” aveva urgenza di essere pattugliato.

La missione venne sospesa nel 2014 perché ritenuta troppo dispendiosa, e il processo per stabilire le responsabilità nel naufragio dei bambini si fermò per quasi due anni a causa di una questione procedurale finita in Cassazione.

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