Con “Discovery”, Star Trek diventa uno sparatutto. E la riflessione viene lasciata a Black Mirror

Non è possibile pensare a Discovery ignorando l’intera opera di Star Trek, ed è questo il problema

Star Trek è una serie tv gigantesca composta ormai da oltre 750 episodi, mentre al cinema conta ben 13 film. Realizzata negli Stati Uniti da Gene Roddenberry nel 1966, quando gli astronauti erano visti come dei divi e le missioni Apollo si prefiggevano il compito di raggiungere la Luna con degli equipaggi umani. Colse lo spirito del tempo, quando sognavamo un futuro dove scienza e tecnologia avrebbero affrancato l’umanità e avremmo potuto esplorare lo Spazio, andando là dove nessuno era giunto prima.

L’universo narrativo di base e i personaggi nella prima serie (la classica), vengono costruiti una puntata alla volta, basti pensare che partì con due episodi pilota. Il periodo storico in cui si svolgeranno gli episodi di tutto il franchise va grosso modo dal 2200 al 2400. Tutte le puntate sono disponibili su Netflix, compresi quelli della seconda stagione di Discovery caricati recentemente.

L’universo narrativo di Star Trek in breve

Apprendiamo pian piano la storia prevalentemente dal punto di vista di un equipaggio, concepito secondo il modello delle marine americana e britannica. Spesso le vicende si svolgono a bordo di una versione della nave spaziale Enterprise. Tutta una serie è ambientata nella Stazione spaziale Deep Space Nine. Oppure viene raccontata l’odissea della Voyager, catapultata nel quadrante più ignoto della Galassia.

Nella Via Lattea esiste una Federazione di pianeti ispirata alla struttura degli Stati Uniti – dove la Terra che funge da capitale è ormai unificata e pacificata sotto un unico Governo mondiale – minacciata a seconda del periodo da diversi imperi bellicosi: i Klingon, i Romulani e i Cardassiani. Un’altra minaccia che compare con The Next Generation – ambientata diversi decenni dopo le vicende della serie classica – è quella dei Borg, un collettivo di esseri bionici controllati da un’unica mente.

Una comparazione di tutti i modelli di Enterprise costruiti nell’arco narrativo di Star Trek

Tutte le serie hanno quindi una precisa collocazione cronologica nell’universo narrativo di Star Trek. Due approfondiscono il periodo precedente all’equipaggio originale: Enterprise e Discovery. La prima racconta come è nata la Federazione dei pianeti, la seconda si colloca in un periodo precedente al primo episodio pilota, dove al posto del capitano James T. Kirk vediamo Christopher Pike. Nell’ultimo episodio della prima stagione di Discovery avviene proprio il primo contatto con l’Enterprise del capitano Pike.

Prima ancora di Black Mirror, Star Trek ha costruito il suo successo grazie alla capacità di fare delle penurie di budget una virtù, concependo scorciatoie narrative gravide di spunti di riflessione importanti, sia a livello scientifico che filosofico, come il teletrasporto o i ponti olografici.

Per lungo tempo questa serie ha fatto scuola nell’arte di saper unire la fantascienza agli spunti di riflessione sulla condizione umana. Poi qualcosa del vecchio spirito è andato perduto, a cominciare dalla cosiddetta «nuova continuity» inaugurata al cinema con la regia di J. J. Abrams, che ha riscritto secondo i canoni odierni la storia sviluppata nella serie classica.

Da un lato si è voluto concepire uno Star Trek per le nuove generazioni, dall’altro si è lasciata ad altri la riflessione su temi importanti, come l’omologazione alle nuove tecnologie, i diritti civili e la paura che scienza e tecnica vengano usate a sproposito. Oggi altre serie tv come la già citata Black Mirror assolvono questo compito, mentre Star Trek, a detta di molti fan delusi, non sarebbe più capace di farlo.

La serie Discovery non sembra che faccia eccezione da questo punto di vista. Mentre ormai le ultime speranze vengono riposte su Stat Trek Picard, ancora in lavorazione, il cui debutto è previsto per il 2020. Il decano dei debunker Paolo Attivissimo, tra i fan più illustri di Star Trek, spiega a Open come mai la serie non riesce più a essere quel che era alle sue origini.

Discovery è uno sparatutto senza spazio per la riflessione

«Discovery non mi è piaciuto», chiarisce subito Attivissimo. «Visivamente è un capolavoro, gli effetti speciali eccezionali, gli attori bravissimi. Jason Isaacs (il capitano) recita in maniera eccezionale. Sono tutti molto bravi e precisi. I costumisti sono eccezionali. 

Doug Jones (Saru) è la trasposizione di Spock (serie classica), Data (Tng) e Sette di Nove (Voyager), ovvero il personaggio che guarda l’umanità da un punto di vista esterno, ed è favoloso. Seguo la serie perché mi piace fondamentalmente lui. 

SyFy Wire/Doug Jones nei suoi vari personaggi

L’attore è lo stesso che ha interpretato il protagonista de La forma dell’acqua (regia di Guillermo Del Toro), ed è incredibilmente alto, con braccia più lunghe delle mie; quando ti abbraccia è avvolgente, te lo vorresti portare a casa. Davvero una persona tenerissima, di una dolcezza squisita.

Quindi anche per affetto seguo Discovery. Però non è Star Trek. Si tratta di azione e avventura, con astronavi. Casualmente hanno i loghi e alcune altre cose del franchise, però per esempio i Klingon sono stati completamente travisati. Li hanno fatti diventare dei “fighetti” che vanno in giro con delle uniformi che sono l’antitesi della praticità, con tutti questi bitorzolini, gioiellini, varie cose che sporgono: ma ti si impiglia dappertutto quella roba lì, non puoi andarci in giro.

L’astronave Klingon lo stesso, è una roba barocca. C’è una bellissima scena in The Next Generation (Tng) dove si vede che i Klingon sulle navi non hanno i letti, perché “tu sei un guerriero, puoi dormire ovunque”. Invece in Discovery vedi che sono tutti vestiti bene, sembra che portano dei tappeti addosso, ma se devi combattere come fai?

Soprattutto in questa serie manca il messaggio di fondo: bella l’idea di fare l’arco narrativo, però manca quella cosa che caratterizzava Star Trek, ch’è azione e avventura, ma nel mentre ti faccio pensare». 

I Klingon in Star Trek Discovery

Eppure le riflessioni sui diritti civili e i pregiudizi non mancano: i due personaggi omosessuali che hanno un ruolo importante nella storia.

«Sulla questione dell’omosessualità: questa cosa l’aveva già fatta The Orville qualche puntata prima, nella vera maniera di Star Trek. Il modo in cui vengono presentati i due personaggi omosessuali in Discovery è “oh, guarda, condividono la stessa camera, non li fanno vedere a letto però si lavano i denti assieme”. The Orville è una serie che inizialmente parte molto comica, ma poi si è rivelata essere il vero Star Trek di questi anni, perché abbina i messaggi morali al divertimento e all’avventura.

In The Orville ci sono personaggi pansessuali: vanno a letto con tutti. Ma la cosa è assolutamente naturale. Mi ha scosso moltissimo nella seconda stagione di Discovery vedere un personaggio commentare il fatto che ci sono questi due personaggi omosessuali. Uno dei due afferma proprio “ma io sono gay”. Sei nel futuro, perché dovresti precisare una cosa del genere? 

Mi sembra molto forzata e messa giù a tavolino. Io ce la vedo questa riunione dei produttori che studia cosa mettere nella serie: “dobbiamo avere delle donne, quindi facciamo che il personaggio principale si chiama Michael Burnham (Sonequa Martin-Green), però è una donna e la facciamo anche di colore, così facciamo vedere che siamo anche attenti alle minoranze; cos’altro manca? Dobbiamo avere un’asiatica, facciamo così la capitana (Philippa Georgiou, interpretata da Michelle Yeoh); poi cos’altro? Potremmo fare una coppia gay, sì giusto, così facciamo vedere che siamo proprio al passo coi tempi”.

A parte un paio di puntate che tornano ad avere quelle belle connotazioni di riflessione è uno spara-tutto. I colpi di scena, chiunque abbia visto un po’ di fantascienza, quelli di Discovery li vede lontano un miglio. Per me non è Star Trek. Lo guardo lo stesso, un po’ a malincuore, ma per simpatia verso gli attori e alcuni personaggi».

L’equipaggio di Discovery

Si sente forse la mancanza dell’autore originale Roddenberry?

«Se Roddenberry è stato l’artefice della serie classica, già in Tng storicamente ha avuto un ruolo abbastanza marginale – spiega Attivissimo – quest’ultima è stata salvata dagli autori, lui voleva una cosa troppo ingessata, mentre loro avevano capito la necessità di introdurre dei conflitti all’interno dei personaggi, più a tutto tondo rispetto a quelli degli anni ’60. 

Il problema sta nel modo in cui vengono prodotte oggi le serie tv: per un mercato troppo vasto, lavorando sul minimo comune denominatore e sulla produzione in serie. Qui si vede che il prodotto è stato fatto lavorando nella catena di montaggio. La gente si meraviglia di fronte alle battaglie spaziali e la fai contenta, però non gli hai dato quello che davano le serie precedenti: un po’ di riflessione e intelligenza in più».

Il padre di Star Trek, Gene Roddenberry

Non ci resta che attendere di vedere Star Trek Picard. Col ritorno di attori come Patrick Stewart e Brent Spiner (Data) c’è ragione di essere ottimisti?

«Spock diceva che il cinismo è una buona ricetta di vita e ti evita le delusioni. Per cui io mi aspetto poco, se poi la serie è bella son contento, altrimenti se mi aspetto tanto ed è una schifezza ci rimango male. Sposo volentieri questa filosofia vulcaniana.

Le premesse sono molto buone. Picard ha soprattutto al centro un attore come Patrick Stewart che ha messo molto in chiaro come lui non lo faccia per i soldi (ma lo farà sicuramente anche per quello), può permettersi di fare quel che gli pare, quindi vorrà della qualità. Se questo suo desiderio riuscirà a superare il vaglio da parte di chi finanzia la serie e la deve distribuire è ancora tutto da vedere. 

Sembra una serie troppo sparatutto, ma potrebbe anche avere delle ambizioni nel farci apprezzare dei personaggi che conosciamo anche se leggermente diversi, perché sono passati decenni e ognuno ha avuto la sua storia, e magari cogliere l’occasione per dare qualche spunto di riflessione. 

Il guaio è che il mercato in cui esce una serie come Picard è parecchio ricco. Quando nasceva Star Trek all’epoca c’erano tre serie di fantascienza. Adesso ci sono talmente tante altre serie e il compito di farci riflettere sulla condizione umana un po’ se l’è preso Black Mirror. Trovare degli spunti sui quali riflettere sta diventando piuttosto difficile. 

Però spero che ce la facciano. Sono già contento di vedere delle facce famigliari che hanno allietato tanti anni e tante ore della mia vita, ma anche di risentire la voce meravigliosa di Stewart. Con tutto il rispetto per i doppiatori italiani, la sua voce è inarrivabile. Adesso è anche un po’ più pastosa per via dell’età, quindi una gioia per le orecchie».

Foto di copertina: OPEN/Vincenzo Monaco/Open serial – Star Trek Discovery.

La serie Tv in franchise

  • Serie classica (TOS) – 79 episodi in tre stagioni (dal 1966 al 1969);
  • Serie animata (TAS) – 22 episodi in due stagioni (dal 1973 al 1974);
  • The Next Generation (TNG) – 178 episodi in sette stagioni (dal 1987 al 1994);
  • Deep Space Nine (DS9) – 176 episodi in sette stagioni (dal 1993 al 1999);
  • Voyager (VOY) – 172 episodi in sette stagioni (dal 1995 al 2001);
  • Enterprise (ENT) – 98 episodi in quattro stagioni (dal 2001 al 2005);
  • Discovery – 29 episodi in due stagioni (cominciata nel 2017);
  • Picard – Sono previsti dieci episodi in produzione per il 2020.

Star Trek al Cinema

The Motion Picture (Ambientato nella TOS, 1979);
L’ira di Khan (Ambientato nella TOS, 1982);
Alla ricerca di Spock (Ambientato nella TOS, 1984);
Rotta verso la Terra (Ambientato nella TOS, 1986);
L’ultima frontiera (Ambientato nella TOS, 1989);
Rotta verso l’ignoto (Ambientato nella TOS, 1991);
Generazioni (Crossover tra TOS e TNG, 1994);
Primo contatto (Ambientato nella TNG, 1996);
L’insurrezione (Ambientato nella TNG, 1998);
La nemesi (Ambientato nella TNG, 2002);
Star Trek (Nuova continuity, 2009);
Into Darkness (Nuova continuity, 2013);
Beyond (Nuova continuity, 2016).

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