Il Libano in strada, «è la nostra primavera»

di OPEN

«Non abbiamo più paura dei potenti né dei simboli di potere» ha raccontato a Open un manifestante

Centinaia di migliaia di manifestanti si sono riuniti in Libano il 20 ottobre per il quarto giorno consecutivo di proteste. Da Tripoli, a nord, fino a Tiro, nel sud del Paese, passando per Beirut, cittadini di tutte le età hanno riempito le strade in una protesta spontanea come non lo era mai stata.

A scatenare la mobilitazione in tutto il Paese è stata una tassa sulle chiamate via internet tramite WhatsApp, Facebook Messenger o FaceTime. Un provvedimento prevedibilmente impopolare, in un Paese dove già il costo dei servizi di telefonia mobile è già molto alto. La tassa è stata però la fatidica goccia, il vaso dei libanesi era già colmo da tempo, esasperati da «corruzione, politiche di austerità e la stagnazione politica», come spiegano alcuni manifestanti a Open.

Foto Epa |Proteste a Beirut il 19 ottobre

Negli ultimi mesi infatti, la tensione è salita dopo una svalutazione della moneta locale senza precedenti in un Paese dove un quarto della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

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Ma anche per l’incapacità del governo a gestire i numerosi incendi scoppiati nel mese di ottobre, nonostante importanti investimenti pubblici in elicotteri e canadair, che si sono però rivelati inadatti o fuori uso.

Le nuove tasse

Per risanare le finanze malconce del Paese e assicurarsi assistenza economica da parte dei donatori internazionali, il primo ministro Saad Hariri ha imposto nuove tasse dirette su beni di prima necessità come pane e benzina, e indirette, che pesano in modo sproporzionato sulle spalle delle fasce più povere della popolazione.

«Tutte le tasse che chiediamo da anni: quelle sulle banche, sulle proprietà statali privatizzate, sulle grandi società non sono mai arrivate» spiega a Open Abdallah Ayyache, ricercatore e antropologo libanese ventottenne che partecipa alla mobilitazione.

Foto Epa | Il Presidente Michel Aoun con la scritta «Vai via»

In un Paese dove la maggior parte dei politici sono stati eletti durante la guerra civile che ha diviso la nazione per 15 anni (è terminata nel 1990), le divisioni confessionali sono state sfruttate da sempre per mantenere un immobilismo politico basato sul clientelismo. Ma ora è diverso, spiega Ayyache, che non si aspettava che le contestazioni potessero assumere queste dimensioni.

«Quello a cui si assiste per strada è una mancanza totale di retorica confessionale: le persone si sono rese conto che si tratta di un problema di classe», racconta il giovane, originario di Jabal Lubnān (Monte Libano) ma residente a Beirut.

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Le affiliazioni confessionali e partitiche, assimilate da gran parte della popolazione con l’aiuto dell’intimidazione, non erano mai state rigettate fino a questo punto. Una manifestazione apartitica, senza sindacati che la guidino, che sorge autonomamente in decine di villaggi e di città è assente dalla memoria recente del Libano.

Foto Epa | Una manifestante a Beirut, il 19 ottobre

«Nessuno si sarebbe mai aspettato di sentire cantare invettive che contengono i nomi propri di alcuni tra i più potenti politici», commenta Ayyache, «ma dopo che non sono stati stati in grado di rispettare nessuna delle loro promesse, la gente non è più spaventata dal potenti, né dai simboli del potere».

Quella che è iniziata come una protesta contro le misure di austerity si è trasformata in un coro assordante che chiede la distruzione del sistema politico locale. Le immagini dei leader, indiscussi da trent’anni, sono state strappate e date alle fiamme durante le manifestazioni.

Gli arresti

La polizia ha usato lacrimogeni e cannoni ad acqua contro la popolazione. 70 persone sono state arrestate venerdì, 18 ottobre, con l’accusa di furto e incendio. Amnesty International ha denunciato una reazione eccessiva della polizia: «L’intenzione era chiaramente quella di impedire ai manifestanti di riunirsi, una chiara violazione del diritto di manifestare pacificamente», ha scritto.

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Dopo tre giorni di proteste un partito cristiano si è dimesso dal governo e i politici hanno dichiarato che le manifestazioni sono «spontanee». Una presa di posizione inconsueta da parte di una leadership che attribuisce qualsiasi mobilitazione a influenze esterne. Ma ormai le strade non si accontentano: sono piene di gente, e vogliono la caduta del governo.

«Noi giovani non abbiamo solamente paura di essere disoccupati, abbiamo paura di quella politica che ha attraversato immutata decenni di storia. In questi giorni ci sentiamo padroni di una soggettività che non può essere incatenata», afferma Ayyache, «la primavera araba non è mai finita, ha incontrato ostacoli ed è stata soffocata, ma ora è arrivata anche qui».

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