«No» alle due mamme sul certificato di nascita: la Consulta boccia il ricorso della coppia italo-americana

Nessun passo avanti sul vuoto normativo che che esiste ancora sui figli delle coppie omosessuali

Il bimbo di Paola e Mary (nomi di fantasia) non avrà due mamme sul certificato di nascita. La Consulta ha stabilito il 21 ottobre che il ricorso sul caso della coppia formata da un’americana e un’italiana non è ammissibile.

Dopo aver anticipato la legge sulla morte assistita e l’eutanasia, l’organo giudiziario ha invece bocciato quello che – secondo parte dell’opinione pubblica – sarebbe stato un passo in avanti sul riconoscimento dell’omogenitorialità.

Dalle nozze al figlio: la storia di Paola e Mary

Paola, toscana, e Mary, americana, si sono sposate nel Wisconsin nel 2014, quando ancora in Italia non era in vigore la legge Cirinnà sulle unioni civili, votata nel 2016. Poco dopo le nozze, la coppia ha deciso di avere un bimbo, effettuando la fecondazione assistita eterologa in Danimarca. Sul certificato di nascita del bimbo, nato in Italia, compare però solo il nome di Mary, madre partoriente. In piccolo, una nota: «nato con fecondazione eterologa».

Paola e Mary hanno scelto di portare a termine la gravidanza in Italia, ma se avessero partorito negli Stati Uniti le cose sarebbero state diverse: «Il certificato con la doppia maternità sarebbe stato trascritto senza problemi, come sancito da numerosi giudici di merito e anche dalla Corte di Cassazione», aveva detto Alexander Schuster, il legale della coppia.

Ora, però, la doppia maternità non può essere riconosciuta nemmeno negli Stati Uniti perché «visto che il parto è avvenuto in Italia, per redigere i documenti gli Stati Uniti devono ora basarsi sull’atto italiano che ne indica una sola e non possono aggiungere l’altra madre», spiega il legale.

In più, risultando solo figlio di Mary, il bambino non può nemmeno godere della nazionalità né della cittadinanza italiana. «Abbiamo deciso di farlo nascere qui perché è casa, invece il bimbo per l’Italia è straniero e ha un solo genitore», aveva detto Paola. «Nel mio Paese sarebbe stato subito registrato come figlio di entrambe», ha affermato Mary. «Mi sento gelare quando penso che qui in Italia gli venga negato un diritto talmente basilare».

Marco Viani, giudice del tribunale di Pisa, aveva affermato di «dubitare della legittimità costituzionale» della legge italiana che «non consente di formare in Italia un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso».

Il punto focale era quindi il non rispetto da parte della legge italiana della legge straniera che si sarebbe applicata a un bambino di nazionalità estera. Ed è su questo che la Consulta ha risposto, affermando che «il Tribunale ha riferito il proprio dubbio di costituzionalità a una norma interna che avrebbe impedito l’applicazione della legge straniera, rilevante nel caso concreto in ragione della nazionalità del minore, ma non ha individuato con chiarezza la disposizione contestata, né ha dato adeguato conto della sua affermata natura di norma di applicazione necessaria».

Nessun passo avanti viene dunque fatto sul vuoto normativo che che esiste ancora sui figli delle coppie omosessuali. Dall’approvazione della legge Cirinnà due persone dello stesso sesso possono unirsi civilmente, ma sulla stepchild adoption non ci sono ancora regole chiare. Con questa decisione della Consulta, le sorti dei bambini arcobaleno rimangono in mano alle scelte dei singoli giudici.

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