Il bimbo di Margaret e Giovanna. Attesa per la decisione della Consulta sull’omogenitorialità

Due donne, una italiana e una americana, lottano per il riconoscimento del proprio figlio e per l’acquisizione della cittadinanza italiana. Oggi la decisione della Consulta sul destino del piccolo

Ancora una volta, l’appuntamento con la storia toccherà alla Corte Costituzionale. Dopo la sentenza sull’aiuto al suicidio, con la quale la Consulta ha anticipato la legge sulla morte assistita e l’eutanasia, l’organo giudiziario è chiamato a decidere sul riconoscimento dell’omogenitorialità.

Si tratta della storia di due donne, Giovanna e Margaret, una toscana e l’altra americana, sposatesi nel Wisconsin nel 2014 – quando ancora in Italia non era in vigore la legge Cirinnà (2016) sulle unioni civili. Qualche tempo dopo le nozze, la coppia decise di andare in Danimarca per ricorrere alla fecondazione assistita eterologa. Al momento della nascita del bimbo, avvenuta in Italia, sul certificato di nascita compare solo il nome della madre partoriente. In piccolo, una nota: nato con fecondazione eterologa.

Giovanna e Margaret hanno scelto di portare a termine la gravidanza in Italia, ma se avessero partorito negli Stati Uniti le cose sarebbero andate meglio: «Il certificato con la doppia maternità sarebbe stato trascritto senza problemi, come sancito da numerosi giudici di merito e anche dalla Corte di Cassazione», aveva detto Alexander Schuster, il legale della coppia.

«Ma visto che il parto è avvenuto in Italia, per redigere i suoi documenti gli Stati Uniti devono ora basarsi sull’atto italiano che ne indica una sola e non possono aggiungere l’altra madre».

Le mamme: «Nostro figlio senza cittadinanza e con un solo genitore»

Il problema legato al diritto civile di una famiglia omogenitoriale si estende a diversi ambiti variabili di coppia in coppia. Nel caso specifico di Giovanna e Margareth, la prima aveva spiegato al Corriere della Sera che il loro bambino «risulta solo figlio di Margaret e, dato che lei è americana», lei non può «trasmettergli la nazionalità italiana a cui, nonostante il nostro Paese non ci tratti al pari di tutti gli altri cittadini, teniamo molto».

«Abbiamo deciso di farlo nascere qui perché è casa, invece il bimbo per l’Italia è straniero e ha un solo genitore», aveva detto ancora Giovanna. «Nel mio Paese — diceva Margaret — sarebbe stato subito registrato come figlio di entrambe. Mi sento gelare quando penso che qui in Italia gli venga negato un diritto talmente basilare».

Il Tribunale di Pisa e i dubbi sulla costituzionalità del divieto

La decisione della Consulta diventa quindi un punto cruciale per lo sviluppo dei diritti civili in Italia. Già il Tribunale di Pisa, al quale si erano rivolte le due donne nel maggio 2018, aveva dubitato della decisione dell’ufficiale di stato civile di rifiutare la dicitura di doppia madre sul certificato.

Il giudice di Pisa, Marco Viani, aveva ammesso di «dubitare della legittimità costituzionale» della legge italiana, che «non consente di formare in Italia un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso».

La normativa «in modo irragionevole limita il diritto di persone che, in base alla legge straniera applicabile, sono legate da un rapporto di genitorialità-filiazione di vedere riconosciuta pienamente in Italia la loro formazione sociale».

La decisione della Consulta

Il Tribunale aveva così deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale. L’organo giuridico è intervenuto già in passato nei riguardi della legge 40 sulla procreazione assistita, dichiarandone illegittimi alcuni aspetti.

Ora si tratterà di mettere nero su bianco alcuni aspetti carenti della legislazione italiana, anche dopo l’approvazione e l’entrata in vigore della legge Cirinnà, che in tema di adozioni e riconoscimenti ha ancora delle lacune.

ANSA | La senatrice del Pd Monica Cirinnà, promotrice della legge sulle unioni civili, indossa una maglietta rosa con scritto ‘famiglie arcobaleno, associazione genitori omosessuali’ durante le dichiarazioni programmatiche del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’Aula del Senato, Roma, 05 giugno 2018

Per le coppie omosessuali unite civilmente, il riconoscimento della genitorialità del secondo partner rimane insabbiata in un vuoto normativo. Un vuoto in parte colmato dalla giurisprudenza, dove le stepchild adoption, le adozioni del figlio del partner, sono gestite caso per caso dai tribunali e dai sindaci. La decisione è rimessa all’arbitrarietà del magistrato e le coppie devono avere la fortuna di trovarsi di fronte al giudice giusto. Chissà che ora le cose non cambino.

Leggi anche: