No, le ong in mare non fanno aumentare le partenze dei migranti dalla Libia – Il report

Sono state piuttosto le politiche di esternalizzazione delle frontiere a far crollare le partenze e gli sbarchi. Ma cosa implica? Il primo studio sistemico sul tema, condotto da due ricercatori italiani per lo European University Institute

Un’analisi dei dati su cinque anni, dal 2014 al 2019. Uno studio europeo condotto da due ricercatori italiani, Eugenio Cusumano e Matteo Villa, che mette nero su bianco, ancora una volta, che non ci sono evidenze empiriche di una vulgata diffusa: la convinzione che l’attività delle Ong nel Mediterraneo centrale sia stata un “pull factor” e abbia influito sulle partenze irregolari di migranti dalla Libia.


Non è così, dicono i numeri. E anche se sono già uscite alcune pubblicazioni in merito, questo pubblicato dallo European University Institute «è il primo studio sistematico, basato su dati che vanno dal 2014 a ottobre 2019», spiega a Open Matteo Villa.

La fotografia che emerge dai numeri del report è netta: le operazioni SAR non governative non sono correlate al numero di migranti che lasciano la Libia via mare. «Piuttosto che essere influenzati dall’effetto pull delle operazioni SAR (search and rescue, ricerca e soccorso) delle Ong, la nostra analisi suggerisce che le partenze dalla Libia sono state principalmente modellate dalle condizioni meteorologiche e dalle politiche di “contenimento a terra” di Marco Minniti, che hanno svolto un ruolo chiave nel far cadere il numero degli arrivi irregolari da luglio 2017», si legge nel report.

«Ciò apre la strada a politiche migratorie pragmatiche, che puntino a salvare il maggior numero di persone in mare senza incentivare le partenze», spiega ancora Villa.

Pull factor?

Nelle teorie sulle migrazioni, notano Cusumano e Villa, ci sono svariati modelli esplicativi che combinano le ragioni negative che portano le persone a lasciare i propri paesi – avversità economiche, conflitti, violazioni dei diritti umani – a incentivi positivi come il raggiungere specifiche destinazioni, visti in genere come pull factor. Ma modelli più sofisticati, che tirano in ballo le reti migratorie e le infrastrutture, appaiono invece – avvertono i due ricercatori – più idonei a spiegare un fenomeno così complesso rispetto alla dicotomia pull-push che caratterizza gli studi politicamente orientati.

Fonte: Eugenio Cusumano, Matteo Villa, Sea Rescue NGOs: a Pull Factor of Irregular Migration?

Il 2014 era l’anno dell’operazione Mare Nostrum, portata avanti dalla Marina Militare italiana, la Guardia Costiera e l’Aeronautica e voluta dal governo di Enrico Letta in seguito alla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 con 368 morti accertati (seguita dalla strage dei bambini, sempre a poche miglia dall’isola, l’11 ottobre dello stesso anno – 260 persone, principalmente siriani – annegati di cui 60 bambine e bambini).

I dati ottenuti combinando i dati ufficiali dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e quelli forniti dalla Guardia Costiera Italiana mostrano come le operazioni SAR non governative e le partenze irregolari di migranti dalla Libia variano nel periodo tra il 2014 e il 2019.

Fonte: Eugenio Cusumano, Matteo Villa, Sea Rescue NGOs: a Pull Factor of Irregular Migration?

Dal grafico di Cusumano e Villa sembra che l’attività SAR delle Ong sia solo «sottilmente correlata con le partenze mensili». E la correlazione non vale né nel 2015 né nel 2017: «Nel 2015 il numero totale di partenze dalla Libia è leggermente diminuito rispetto al 2014 – anche se i migranti soccorsi dalle Ong sono aumentati dallo 0,8 al 13% del numero totale di persone soccorse in mare».

E, dopo il luglio 2017, il numero di migranti in partenza dalla Libia è precipitato, anche se le Ong nel Mediterraneo centrale erano numerose ed erano le principali protagoniste delle operazioni di ricerca e soccorso. Quindi? Quindi, scrivono Villa e Cusumano, «l’accordo tra l’Italia e le milizie libiche raggiunto nel luglio 2017» e voluto dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti «ha avuto un impatto molto maggiore sulla riduzione delle partenze rispetto ai conseguenti tentativi di limitare le attività delle Ong» (come il codice di condotta per le ong voluto dallo stesso Minniti e su cui ora sta lavorando l’attuale titolare del Viminale Luciana Lamorgese).

Cosa sta succedendo quest’anno

I primi dieci mesi del 2019, spiegano Matteo Villa ed Eugenio Cusumano, danno poi la possibilità di avere dati giorno per giorno, per risultati di analisi ancora più «robusti». Nel 2019 ormai tutte le Marine e le Guardie Costiere europee si sono disimpegnate dalle attività di salvataggio nel Mediterraneo meridionale e le ong restano le uniche a condurre operazioni SAR che portano allo sbarco di migranti in Europa. (E, ma questa è un’altra storia, sono protagoniste di una percentuale assai ridotta del numero di sbarchi ormai, visto che il totale è piuttosto costituito da arrivi autonomi sulle coste italiane, che non si sono mai fermati).

Fonte: Eugenio Cusumano, Matteo Villa, Sea Rescue NGOs: a Pull Factor of Irregular Migration?

Da gennaio a oggi si rilevano 85 giorni in cui una (o, molto raramente, due, per effetto della politica dei “porti chiusi” di Matteo Salvini, le lunghe attese senza un porto di sbarco assegnato in seguito a un soccorso e le missioni dalle tempistiche quindi raddoppiate) Ong operavano al largo delle coste libiche e 225 giorni in cui la search and rescue activity era condotta esclusivamente dalla Guardia costiera e dalla marina del governo d’accordo nazionale di Tripoli (GNA), che intercettava i migranti e li riportava in Libia. Le partenze, emerge, «rilevano anche un insolito calo nell’aprile di quest’anno, al culmine dell’offensiva del generale Haftar contro il GNA di Tripoli».

E neanche per quest’anno, si legge sul report dello European University Institute, esistono prove che suggeriscano che le partenze siano aumentate quando le navi umanitarie erano in mare. Anzi: «esiste una forte correlazione tra le partenze dei migranti e le condizioni meteorologiche lungo la costa di Tripoli, nonché l’instabilità politica molto elevata della Libia nell’aprile 2019».

Cosa fare?

Tre sono le proposte avanzate. Primo: dire che le ong in mare hanno una funzione di pull factor, di attrazione, non è supportato dai dati ed è quindi «un’affermazione problematica sul piano legale». E gli effetti non hanno risolto la mortalità del flusso migratorio analizzato nella sua totalità.

Quindi – secondo punto – «il disimpegno delle attività militari e di contrasto dell’Unione europea dal Mediterraneo centrale è avvenuto sulla base di premesse fattuali contestabili». L’Europa ha abbandonato quel braccio di mare, la rotta migratoria più mortale del mondo, sulla base di convinzioni non supportate dai dati. E sulle quali i dati stanno oggi, anzi, raccontando un’altra storia.

«Se le ONG – che operano più vicino alle coste libiche e non hanno il potere di scoraggiare e arrestare i trafficanti di esseri umani – non sembrano incentivare le partenze», si legge nel report, «le navi da guerra dispiegate a una distanza molto più ampia dalle coste africane hanno ancora meno probabilità di agire come fattore di attrazione». Ecco perché le istituzioni, avvertono i due ricercatori, dovrebbero prendere in considerazione il ripristino graduale delle missioni che combinino la SAR e il rafforzamento delle frontiere come Mare Nostrum.

Infine è necessario «prendere atto di cosa voglia dire aver favorito misure di contenimento in atto nei paesi di transito e di partenza». Come il coinvolgimento, da parte dell’Italia, delle tribù libiche nella gestione dei flussi migratori. È questo che incide, ammette il report: questo fa crollare partenze e arrivi. Ma cosa implica? «Queste politiche di esternalizzazione sono profondamente problematiche a causa delle orribili condizioni subite dai migranti in Libia. Una governance migratoria efficace, lecita ed eticamente sostenibile nel Mediterraneo centrale dovrebbe quindi combinare i tentativi di interrompere il traffico di esseri umani sulla terra con attività volte sia a contrastare i fattori di spinta della migrazione sia a migliorare le condizioni di vita dei migranti e l’accesso alla protezione sul territorio libico», conclude il report.

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