«La disuguaglianza rallenta la crescita, non il contrario». Parola dell’economista Milanovic – La videointervista

L’idea che per dire che un paese sta bene conti solo la crescita (e non la distribuzione) non è più così stabile

L’idea è stabile nel dibattito politico, italiano e non solo. Quello che conta nel benessere di un paese è che, complessivamente, l’economia cresca: la distribuzione dei redditi non è rilevante (è quello che si è detto, per fare un esempio, dell’economia cilena durante le settimane di manifestazioni contro l’aumento di alcune tariffe).

Alcuni economisti, nel tempo, si sono spinti anche oltre, spiegando che i dati dimostrerebbero che la disuguaglianza funzionerebbe da stimolo per la crescita perché chi è ai livelli bassi della società è spinto ad avanzare, mentre chi è ai livelli più alti ha interesse a reinvestire gli utili.

Eppure, il dibattito sulla disuguaglianza nel mondo – in particolare negli Stati Uniti – sta diventando sempre più acceso. E cresce il numero di economisti convinto che la disuguaglianza sia un fattore negativo per le economie degli Stati, oltre ad essere sempre meno accettabile dal punto di vista sociale.

Open ha chiesto un commento a Branko Milanovic, nel corso di “Economia come 2019” a Roma e a proposito del ventennale delle manifestazioni No global a Seattle (30 novembre 1999). Milanovic è uno studioso della disuguaglianza, ex capo economista del dipartimento ricerca della Banca mondiale e professore alla City University di New York.

L’intervista integrale è in video, qui i punti principali del suo discorso.

Professor Milanovic, che peso ha la disuguaglianza sulla crescita economica?

«E’ una visione molto old fashion che la disuguaglianza aiuti la crescita perché i ricchi investiranno Io credo che i risultati più recenti mostrino che in molti casi quando la disuguaglianza è molto alta, come accade negli Stati uniti e in alcuni paesi europei, la relazione con la crescita è negativa. 

La crescita della disuguaglianza riduce le opportunità per le persone a basso reddito, rende l’accesso all’educazione moto difficile per la middle class, e dunque ha un impatto negativo sulla crescita».

Qual è l’eredità del movimento No Global sul tema della disuguaglianza? 

«Credo che, guardando al lato positivo, l’interesse e la preoccupazione per la disuguaglianza stiano crescendo in parecchi paesi. Se il movimento di Seattle voleva dire che avremmo dovuto abbandonare la globalizzazione, credo che sbagliasse. La globalizzazione ha avuto un impatto positivo e ha portato alla riduzione della disuguaglianza in molti paesi. Certamente la globalizzazione sarebbe migliore se non fosse quasi esclusivamente finanziaria come accade oggi».

Le corporation danneggiano i poveri? 

«In passato le persone di sinistra erano molto critiche con le multinazionali. Quello che è accaduto, però, è che alcuni paesi in via di sviluppo hanno fatto un balzo in avanti grazie alle grandi multinazionali. Le multinazionali hanno un incentivo a condividere le tecnologie con i paesi in via di sviluppo, come si vede nel caso della Cina. La diffusione delle tecnologie è dunque migliorata, rispetto agli anni ‘80 o ‘90, quando non c’era spinta a condividere le tecnologie con i paesi in via di sviluppo».

Cos’è il capitalismo non autoritario di cui parla nel suo ultimo libro, Capitalism Alone

«Il termine ‘capitalismo liberal meritocratico’ viene da Rawls: per ‘meritocratico’ intende che non c’è un impedimento ad accedere a qualunque tipo di lavoro che venga da fattori quali la nascita, come accadeva con la nobiltà. Per ‘liberale’, che viene tassata l’eredità e l’educazione è libera e gratuita. Tecnicamente, il capitalismo liberale è democratico e sono garantiti i diritti, come quello di votare. Nel capitalismo autoritario la democrazia non esiste o i livelli di democrazia sono limitati».

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