Barletta, il dirigente che ha assunto come operatori ecologici giovani laureati: «Una fotografia mortificante a livello sociale» – L’intervista

«Non è una colpa avere una laurea e volere, con umiltà, un posto di lavoro, anche quello di operatore ecologico. E non si può più dire che questi giovani siano “choosy” o “bamboccioni”», dice l’Amministratore unico di Bar.S.A, la municipalizzata di Barletta che ha assunto 13 giovani operatori ecologici, di cui 9 laureati

I dati Istat consegnano mensilmente dati impietosi sulla situazione lavorativa dei giovani italiani. Ed è così che a destar scalpore (ma anche molte polemiche) è l’annuncio dell’assunzione di 13 nuovi operatori ecologici presso la municipalizzata del comune di Barletta, in Puglia. 

Perché tra i 13 vincitori del concorso, 9 sono laureati e 4 diplomati. Giovani con competenze ben superiori a quelle richieste per svolgere il lavoro di operatore ecologico ma che hanno deciso di adattarsi, scendendo a compromessi, troncando la strada intrapresa con i loro studi pur di avere un posto a tempo indeterminato e trovare così modo di avere un lavoro che non fosse saltuario, mal retribuito se non, nei casi più estremi, non pagato. 

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Michele Cianci, amministratore unico della Bar.S.A, la municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti porta a porta nel comune di Barletta e che ha assunto, tramite concorso pubblico, 13 giovani nati tra il 1980 e il 1996, di cui 9 laureati.

Come si è sentito quando ha visto la graduatoria e le competenze acquisite da queste ragazze e ragazzi nel corso degli anni in rapporto al lavoro che andranno a svolgere?

«Mi sono sentito anzitutto orgoglioso come italiano. Vedere – per esempio – un ingegnere laureato con 110L/110, iscritto all’albo, che si adatta a fare l’operatore ecologico mi rende orgoglioso come italiano. Però mi sono sentito mortificato dal punto di vista sociale»

«Vedere questi giovani, che loro malgrado “tolgono lavoro” anche a persone che han necessità di lavorare, pur non essendo laureate, non restituisce una bella fotografia del Paese».

«In Italia c’è il problema dell’esodo dei giovani, ma non tutti possono permetterselo, sia a livello economico, sia per questioni familiari. Quindi questi giovani han deciso di adattarsi facendo gli operatori ecologici a Barletta, e quindi tanto di cappello a loro. Non penso che questo fosse il progetto che avevano messo in cantiere per la loro vita, e i loro studi lo dimostrano»

Quante persone avevano partecipato al concorso?

«823, circa. Comunque si son presentati oltre 800 candidati. Poi vi è stata una preselezione, la selezione e una prova pratica. Alla prova pratica, secondo il regolamento del concorso pubblico, hanno avuto accesso 121 persone. Nella graduatoria finale vi era posto per 30 persone: le prime 13 verranno assunte da gennaio 2020. La graduatoria resterà valida per i prossimi 2 anni. Contiamo progressivamente di assumere i 30 candidati vincitori, compatibilmente con le necessità e i posti che si creeranno in azienda»

Ci sono state rimostranze per questo concorso?

«Sì, molte, specialmente per il fatto che molti vincitori sono laureati. Noi non ci aspettavamo tanti laureati, onestamente. E la laurea, nel regolamento alla base della graduatoria, dava un punteggio maggiore rispetto a chi aveva conseguito il diploma o un titolo di studio più basso. E quindi chi non era in possesso di un titolo di laurea ha protestato dicendo che queste ragazze e ragazzi “hanno tolto loro il posto di lavoro”. Ma non è così»

In questo caso sembra che i giovani selezionati abbiano “la colpa” di avere una laurea. 

«Sì, ma non può essere una colpa. Chi ha studiato tanti anni, ha ipotecato il suo futuro, non merita questo trattamento e queste accuse. Non è una colpa avere una laurea e volere, con umiltà, un posto di lavoro, anche quello di operatore ecologico. Non si può più dire che questi giovani siano “choosy” o “bamboccioni”»

Molte critiche rivolte ai vincitori di concorso sono state incentrate sul fatto che abbiano intrapreso percorsi di studio non spendibili in ambito lavorativo.

«Sono spendibili all’estero e dovrebbero essere spendibili anche in Italia, ma non tutti hanno la possibilità di emigrare, come detto prima. Sia per questioni economiche, sia familiari per cui magari devono assistere i genitori o i figli».

«Non dovremmo invogliare i giovani ad andarsene o criticare le scelte di questi ragazzi. Tutti i selezionati hanno messo il massimo impegno in questo concorso pubblico, così come anche chi non è rientrato tra i 13 vincitori. Ha vinto chi ha risposto meglio alla combinazione di requisiti e prove»

In questo caso i giovani sono stati assunti con un contratto a tempo indeterminato, che è un contratto raro oggigiorno. Spesso vengono proposti stage, contratti a chiamata, collaborazioni saltuarie, aperture di partite Iva. Insomma, anche quello avrà influito. 

«Certo, e non bisogna vergognarsene o doversi scusare. È un lavoro con 14 mensilità, a tempo indeterminato, con le tutele e garanzie per il lavoratore»

E i 13 vincitori come l’hanno presa quando hanno saputo di aver vinto il concorso?

«Con molto entusiasmo, e non ce l’aspettavamo. In qualsiasi caso ne apprezzo davvero l’umiltà e la serietà, anche se comunque a livello sociale questa cosa mi rattrista. Mi intristisce il fatto che abbiano dovuto mettere da parte i loro sogni e i loro progetti, e si siano volatilizzati anni di studio e impegno verso altri percorsi».

Nella graduatoria sono presenti molte donne, malgrado la tipologia di lavoro sia spesso stata associata a un ruolo maschile. Lo reputa un aspetto positivo, anche al netto dei dati che sempre più spesso restituiscono una fotografia allarmante dell’occupazione femminile e giovanile nel Sud Italia?

«Sì, certo. È una combinazione di aspetti molto importante, specialmente per la loro indipendenza economica»

Al netto di tutto ciò, qual è il quadro politico che viene restituito da questa situazione? 

«Credo che la politica non si sia preoccupata di assicurare – a chi si è impegnato per avere una maggiore formazione – un posto di lavoro in linea con le loro alte competenze. La politica avrebbe potuto e dovuto assicurare, a chi compieva questi percorsi di studio più alti, la possibilità di poterli proseguire in ambito lavorativo»

«Così facendo, al contempo, la politica avrebbe permesso a chi non ha voluto o non ha avuto modo di conseguire una laurea di poter accedere a questi posti di lavoro, come quello di operatore ecologico. La colpa non è di chi si è laureato, è la società che ha portato i giovani o a emigrare, o a dover tracciare una linea col passato, e da gennaio 2020 fare – in questo caso – l’operatore ecologico»

Il primo classificato: «Prima di essere un ingegnere sono una persona: voglio lavorare»

Ed è la stessa ragione che ha spinto, tra gli altri, l’ingegnere Giuseppe Moreno Di Trani, 35enne laureatosi con lode in Ingegneria civile al Politecnico di Bari nel dicembre 2012, e classificatosi primo nella graduatoria della municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti a Barletta a tentare il concorso.

«Ero stufo – racconta Di Trani in un’intervista a La Repubblica – di fare piccoli lavoretti sempre precari, sempre sottopagati, o addirittura gratis. Stufo, come moltissime persone della mia generazione di affrontare una realtà lavorativa disarmante».

«Mi son risposto – prosegue Di Trani – non guardare il titolo di studio, lavora e basta. Bisogna guardare in faccia la realtà. Voglio lavorare e mettere su famiglia con la mia compagna. Perché prima di essere un ingegnere sono una persona».

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