Augusta, la sindaca pretende di essere chiamata “sindaco”. Scatta il richiamo

Per la consigliera di Parità della Regione la negazione dell’uso al femminile di “sindaco” vuol dire «escludere e oscurare il genere femminile da carriere e professioni»

Se la declinazione al femminile di “sindaco” è per alcune e alcuni espressione di uguaglianza e simbolo di civiltà, non è il caso di Cettina Di Pietro, “sindaco” – per usare il termine a lei più gradevole – pentastellato del Comune di Augusta, in Sicilia, dal giugno del 2015. Una preferenza che le è costata la segnalazione alla consigliera di Parità della Regione, Margherita Ferro.


L’episodio da cui è scaturito il caso risale al 4 dicembre quando, nell’aula consiliare un esponente LeU Giancarlo Triberio si è rivolto a Cettina Di Pietro usando il sostantivo nella sua forma femminile. Di Pietro non ha gradito, e lo ha invitato a chiamarla “sindaco”. Poi ha ribattuto che, in caso contrario, lo avrebbe chiamato “Giancarla”.

Secondo la nota ufficiale inviata al sindaco/alla sindaca dalla Consigliera di Parità della Regione, Margherita Ferro, la negazione dell’uso al femminile della parola “sindaco” significa «escludere e oscurare il genere femminile da carriere e professioni». La lingua italiana «prevede la declinazione al maschile e femminile».

In difesa di Di Pietro si è schierato il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci: «Stigmatizzo e dissento dalle dichiarazioni della consigliera di parità della Regione Siciliana, Margherita Ferro, per un intervento assolutamente inopportuno e inappropriato, oltre che privo di qualsiasi fondamento giuridico: un “richiamo” a Cettina Di Pietro Sindaco di Augusta», ha dichiarato il governatore in un post pubblicato sulla pagina Facebook di Di Pietro.

«La coniugazione al femminile di una carica istituzionale, infatti, appartiene esclusivamente alla libera autonomia di chi la ricopre. Ritengo che la consigliera di parità, che conosco e apprezzo da tempo, dovrebbe occuparsi di ben altri problemi – ha continuato Musumeci – invece che richiamare, senza averne titolo, un sindaco eletto direttamente dal popolo, cedendo così a un integralismo linguistico che non aiuta certo a migliorare le condizioni di disparità delle donne in Sicilia».

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