Israele, Netanyahu chiede l’immunità parlamentare. È incriminato per frode e corruzione

«Mi accingo a rivolgermi al presidente della Knesset Yoel Edelstein – ha detto in un discorso trasmesso in diretta – per avvalermi del mio diritto, che è anche il mio dovere e la mia missione, per restare al servizio dei cittadini di Israele»

A un mese dalla incriminazione per corruzione, frode e abuso di ufficio, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha deciso oggi di avvalersi della immunità parlamentare. «Mi accingo a rivolgermi al presidente della Knesset Yoel Edelstein – ha detto in un discorso trasmesso in diretta dalle reti televisive – per avvalermi del mio diritto, che è anche il mio dovere e la mia missione, per restare al servizio dei cittadini di Israele».

Il primo ministro uscente israeliano Benjamin Netanyahu è stato a fine novembre formalmente incriminato in tre indagini aperte da tempo a suo carico. Il procuratore generale israeliano Avichai Mendelblit aveva già annunciato di voler incriminare il premier per corruzione il 23 febbraio scorso.

Come funziona

Secondo la legge israeliana, un primo ministro può essere rimosso dalle sue funzioni solo in caso di condanna, ed è probabile che i processi dureranno per mesi.

La decisione del premier, ricorda AnsaMed, comporta un elemento di incertezza. In Israele, dal 2005, la immunità non è più automatica, ma deve essere approvata dalla Knesset: prima in una apposita commissione parlamentare e poi nell’aula plenaria.

Dal 2005 ad oggi, ha precisato la televisione commerciale Canale 12, si sono avute 15 incriminazioni di parlamentari. Solo in tre casi, finora, è stata invocata la immunità. È stata negata a due parlamentari: Michael Gorolowsky (Likud) – era accusato di una infrazione parlamentare – e Said Nafa (Balad, nazionalista arabo), per un viaggio non autorizzato in Siria. Anche il ministro Haim Katz (Likud) ha chiesto la immunità, ma attende ancora che il suo caso sia sottoposto alla apposita commissione parlamentare.

In copertina Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa a Gerusalemme, 1 gennaio 2020. EPA/Abir Sultan

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