L’allarme del Moige: un adolescente su due crede alle fake news lette sui social

Secondo lo studio commissionato dal Moige, il 40,5% degli adolescenti va in ansia se non è connesso e prova un senso di delusione per l’assenza di like

Un ragazzo su due ha creduto almeno una volta ad una fake news sui social mentre solo il 18% verifica la fonte. È quanto emerge dai dati dello studio “La dieta cyber per i nostri figli“, presentato in occasione della presentazione a Roma del progetto del Moige, dal titolo “Giovani ambasciatori contro il bullismo e il cyber risk“.


A emergere dalla ricerca è anche il fatto che il 40,5% degli adolescenti va in ansia se non è connesso, e la stessa percentuale (il 40%) prova un senso di delusione per l’assenza di like e richieste di amicizia. Il 24,8% di loro (e cioè 1 su 4), invece, rinuncia alle ore di sonno per rimanere connesso.

Secondo lo studio, il 22% dei ragazzi possiede almeno cinque device, tra computer, tablet, pc portatile, smartphone e console. Soltanto l’1,4% dei ragazzi intervistati non ha una connessione internet.

Per quanto riguarda le insidie del web, il 71,2% (7 su 10) ha accettato almeno una volta l’amicizia di una persona che non conosceva sui social. Il 21% dichiara, inoltre, di aver incontrato personalmente estranei conosciuti on line e l’8,1% ci ha scambiato foto personali.

Dati sulla pedopornografia e il cyberbullismo

Aumentano del 18% i casi trattati dalla Polizia Postale che vedono vittima un minorenne: sono state 460 nel 2019, di cui 52 di età inferiore a 9 anni. E raddoppiano i casi di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

«Occorre un’educazione a stare in rete. I nostri numeri non rendono giustizia al fenomeno», ha detto la direttrice della polizia postale, Nunzia Ciardi, parlando dei rischi del web e del cyberbullismo.

«Si tratta di numeri oscuri che sono solo la punta dell’iceberg, perché i ragazzi non denunciano», ha aggiunto. «Noi adulti troppo spesso abbiamo la tentazione deleteria di arretrare di fronte a questo mondo, pensando che non ci appartenga. Dobbiamo dare ai nostri figli degli anticorpi per prevedere le conseguenze di un mezzo che può essere di una portata talmente vasta da non essere più riconoscibile».

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Immagine di copertina: Austin Distel su Unsplash