Caso Zaki, l’Egitto: «Non è italiano ed era ricercato». L’Italia chiede il monitoraggio europeo

Il giovane sarebbe stato «picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato su diverse questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo»

L’attivista egiziano Patrick George Zaki, studente di 27 anni al master in Studi di genere dell’Università di Bologna, è stato arrestato dalle autorità egiziane al Cairo. Ne ha dato notizia sabato l’organizzazione per diritti umani in Egitto per cui Zaki fa il ricercatore. Nelle 24 ore intercorse dall’arresto al trasferimento in una struttura di detenzione a Mansoura, a 120 chilometri dalla capitale, il giovane sarebbe stato «picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato su diverse questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo».

Le informazioni sono state riferite dai legali che lo hanno incontrato alla Eipr, Egyptian Initiative for Personal Rights, associazione cui Patrick fa capo. Un caso che in Italia riporta alla mente il destino terribile di Giulio Regeni e che il ministero degli Esteri ha detto di monitorare fin da subito. L’Italia, si apprende da fonti della Farnesina, ha chiesto domenica 9 febbraio l’inserimento del caso all’interno del meccanismo di ‘monitoraggio processuale’ coordinato dalla delegazione Ue in loco che consente ai funzionari delle ambasciate Ue di monitorare l’evoluzione del processo e presenziare alle udienze. Roma continuerà a seguire il caso sia tramite il coordinamento con i partner che attraverso altri canali rilevanti.

15 giorni di custodia cautelare

La Procura di Mansoura sud, nel delta del Nilo, ha ordinato 15 giorni di custodia cautelare per l’attivista, secondo quanto confermato dal ministero dell’Interno egiziano con un tweet. «Non corrisponde al vero quanto circolato sui social circa l’arresto di un italiano chiamato Patrick. La persona in questione è di nazionalità egiziana e il suo nome completo è Patrick George Michel Zaki Soleyman ed è stato fermato in esecuzione di un mandato di cattura emesso dalla procura generale», ha precisato il ministero. «È stato portato davanti alla procura che ha deciso il suo fermo per 15 giorni in attesa delle indagini».

Secondo Eipr, Patrick è comparso, nella mattinata dell’8 febbraio, «davanti a un pubblico ministero di Mansoura (sua città natale, ndr) dove è stato interrogato fino al tardo pomeriggio». Secondo quando spiegato dalle autorità, l’arresto è avvenuto in esecuzione di mandato di cattura emesso nel 2019, del quale Zaki non era a conoscenza. «Patrick aveva lasciato il suo Paese ad agosto 2019 per iniziare i suoi studi e questo è il suo primo rientro in Egitto da allora».

La notizia dell’arresto

A rendere noto l’arresto in Italia in un tweet è stato il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury: «Le autorità giudiziarie egiziane hanno confermato l’arresto dell’attivista Patrick George, studente del Master Gemma di Bologna. Scomparso per alcune ore all’arrivo al Cairo, si trova ora agli arresti nella città natale di al Mansoura. Rischio di detenzione prolungata e tortura».

Secondo fonti della Farnesina, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio segue con attenzione, attraverso l’ambasciata al Cairo, la vicenda dell’arresto dello studente egiziano che stava seguendo un master all’Università di Bologna. «Il mio ministero si è subito attivato insieme all’università di Bologna per ricostruire la situazione dello studente Zaky. Lo studente è stato selezionato nell’ambito di un master europeo tenuto da università di diversi paesi. Insieme al ministro Di Maio stiamo operando tramite i canali diplomatici per reperire informazioni certe e trasparenti e verificare la situazione in maniera accurata nel rispetto dei diritti della persona» ha dichiarato Gaetano Manfredi, ministro dell’Università e della Ricerca scientifica.

Le accuse

Gli avvocati del giovane, secondo l’Egyptian Center for Economic & Social Rights, hanno inoltre riferito che l’attivista è stato accusato di «diffusione di notizie false, promozione del terrorismo e diffusione di dichiarazioni che disturbano la pace sociale». Eipr chiede «l’immediato rilascio di Patrick George Zaki e la fine di «continue minacce e detenzioni arbitrarie a professionisti dei diritti umani, membri di gruppi di società civile e giornalisti. Da ottobre 2019 sei membri dello staff Eipr sono stati temporaneamente detenuti e interrogati, anche per due giorni in un caso, come parte di operazioni illegali di ricerca di individui percepiti come politicamente attivi».

Secondo quanto ricostruito da altri attivisti egiziani, Zaki, che è stato manager della campagna presidenziale di Khaled Ali, uno degli oppositori del presidente Abdel Fattah al-Sisi, è stato fermato all’aeroporto del Cairo, appena atterrato.

Il caso Regeni

«Non sottovalutiamo di aver fatto questo “rumore” su Patrick George Zaky è una deterrenza per chi pensa che nessuno nel mondo sappia cosa succede e che quindi crede di poterlo trattare come gli pare, come accaduto con Giulio», ha detto all’Ansa Noury, riferendosi all’allarme lanciato per l’arresto del ricercatore egiziano e alla sorte di Regeni, torturato e ucciso in Egitto nel 2016.

Nel 2018, l’attivista aveva dichiarato all’agenzia Dire: «LEgitto non è affatto un Paese stabile, né dal punto di vista socio-economico né delle libertà fondamentali. La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso».

L’appello

Con l’arresto di Patrick George Zaky l’Egitto «mostra una volta di più la spietatezza della sua dittatura. Si tratta dell’ennesimo schiaffo che il nostro Paese riceve da un regime disumano e rappresenta un’ulteriore dimostrazione che l’Egitto non ha intenzione di collaborare con l’Italia per fare finalmente chiarezza sulla tragica fine di Giulio; e anzi si accanisce contro chiunque solidarizzi o si avvicini alla storia di Giulio Regeni». Lo scrivono Adi, associazione dei dottorandi e dottori di ricerca in Italia, gli studenti del Master Gemma di Bologna che Patrick frequentava, Link Coordinamento Universitario e Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni. Un appello in cui si chiede verità non solo per Giulio, il ricercatore italiano torturato e ucciso nel 2016 al Cairo, ma anche per Patrick. «Uniamo la nostra voce a quella della famiglia Regeni nel chiedere al governo di inserire l’Egitto nella lista dei Paesi non sicuri e di richiamare l’ambasciatore italiano in Egitto per consultazioni».

Il racconto degli amici. E quella volta che incontrò Regeni

Prima di partire per l’Egitto, per tornare a casa per trovare la famiglia e la fidanzata, Zaki aveva raccontato agli amici di quella volta che aveva incontrato Giulio Regeni durante una conferenza. «Appoggia la causa ed è consapevole dei problemi dell’Egitto», avrebbe commentato Zaki a proposito del giovane ricercatore italiano morto in Egitto nel 2016. Amici e professori di Zaki a Bologna, intervistati dal Corriere della Sera, lo descrivono con affetto: «Ragazzo sensibile, pacifico, inclusivo, sempre attento agli altri», dichiara Sofia, una compagna di corso. «Stiamo parlando di un giovane tranquillo», aggiunge Cristina Gamberi, la tutor del master, seppur impegnato con l’associazionismo, un ragazzo «attento all’universo femminile» che lotta per una giustizia sociale.

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