«Mi tengono in un posto terribile. Siamo in 35 in una cella con una sola latrina»: le parole di Zaki prima di tornare in carcere

Zaki ha avuto giusto il tempo di raccontare al giudice delle torture subite e di chiedere di poter tornare a studiare, ma non è servito a nulla

«Sono uno studente, sto facendo un master a Bologna, in Italia. Voglio solo tornare a studiare». Chi ha visto ieri, 15 febbraio, Patrick Zaki racconta del suo sguardo smarrito. Non ha segni visibili di botte, sembra stare meglio rispetto all’ultimo colloquio, ma «ci è parso ansioso», racconta la sorella al Corriere della Sera. «Datemi la mano», dice il 27enne prima di prendere posto nell’aula del tribunale di Mansura, in Egitto.

Un’udienza durata una decina di minuti, Zaki ha avuto giusto il tempo di chiedere al giudice di tornare a studiare. E di raccontargli delle torture subite: «Mi hanno tenuto bendato per 12 ore. Picchiato in viso. Mi hanno torturato con l’elettricità. Mi hanno fatto spogliare e chiesto della mia ong e di alcuni post su Facebook: ma io non ho fatto nulla».

Prima che l’udienza venga tolta aggiunge: «Mi tengono in un posto terribile. Siamo in 35 in una cella con una sola latrina e una finestra piccolissima». Il giudice però rifiuta la sua scarcerazione. Prima di essere portato via ai giornalisti italiani riesce a dire: «Forza Bologna».

«Speravamo che lo lasciassero uscire – dice la sorella di 23 anni -. Non sono riuscita nemmeno a parlargli, anche l’avvocata l’ha visto per un paio di minuti. Per lui è dura. Ho la sensazione che il sostegno da fuori cominci a non bastargli».

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