Ex ilva, verso la pace giudiziaria tra commissari e ArcelorMittal: il piano sugli esuberi. Ma il binomio ambiente e lavoro non è ancora risolto

La tregua prevede numerosi vantaggi per il colosso francoindiano e ancora troppi nodi da sciogliere

ArcelorMittal non lascerà Taranto. Almeno non ora. L’accordo firmato ieri 4 marzo dai commissari straordinari dell‘Ilva e il colosso francoindiano spegne per il momento il conflitto tra le parti. Una tregua che, pur togliendo di mezzo i ricorsi e le cause aperte davanti al Tribunale di Milano, non stabilizza definitivamente la situazione del gruppo siderurgico e dei suoi 10.700 dipendenti (di cui 8.200 solo a Taranto).


Lo scontro giudiziario era scoppiato lo scorso 4 novembre, dopo che ArcelorMittal aveva pubblicato una nota in cui dichiarava la sua intenzione di disimpegnarsi dalla gestione degli stabilimenti. Il giorno precedente, e cioè il 3 novembre, il Parlamento italiano aveva eliminato la protezione legale – il cosiddetto scudo penale – necessaria alla multinazionale per attuare il piano ambientale senza rischiare di incorrere in responsabilità penali.

Sparita l’immunità, avevano detto dall’ArcelorMittal, poteva sparire senza ostacoli anche l’accordo firmato nell’ottobre del 2018. Da lì una lunga serie di ricorsi e cause, di minacce di spegnimento degli impianti, di rinvii e di annunci di esuberi ha costellato il cammino verso il 4 marzo. La data di ieri ha nascosto tutto sotto il tappeto, anche quella che rappresenta la questione principale (e di certo più politicamente complessa): far coesistere l’occupazione dei dipendenti e l’attenzione all’ambiente – e ai cittadini che lo abitano.

Cosa prevede l’accordo

I punti fondamentali dell’accordo sono tre: Arcelor Mittal non lascerà la gestione degli impianti di Taranto, si impegna a raggiungere la piena produzione entro il 2025 e garantisce di occupare 10.700 dipendenti. La firma della tregua arriva a due giorni dall’udienza di Milano sui ricorsi che, in caso di mancato accordo, avrebbe deciso il destino dei siti siderugici.

Si parla poi di una produzione a regime di 8 milioni di tonnellate di acciaio e dell’anticipo dell’acquisto dei rami di azienda da parte di ArceloMittal a maggio del 2022 (anziché ad agosto 2023). Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, ha assicurato che la strada da ora in poi è in discesa: la trattativa con lo Stato può ripartire e ci saranno «importanti investimenti pubblici» (si è parlato di 2 miliardi). Il rilancio sarà all’insegna «del rispetto per la salute e l’ambiente, della tutela dell’occupazione e della garanzia di concrete prospettive di competitività».

Sui dettagli in merito alla concretizzazione di questi obiettivi non è ancora stata fatta chiarezza. L’accordo parla di decarbonizzazione (che ridurrebbe le emissioni inquinanti) e della costruzione di un forno elettrico a Taranto: ma non ci sono certezze sull’effettiva capacità dell’azienda e dei suoi investitori di portare a termine i buoni propositi.

Non ci sono certezze nemmeno dal punto di vista dell’ingresso dello Stato nell’investimento. Entrambi i punti non sono cosa da poco: se la prima è un’annosa questione dalla quale ArcelorMittal minaccia di svincolarsi ogni volta che viene messa all’angolo, la seconda è una questione di tempistiche che, anche stavolta, giocano a favore del colosso francoindiano.

I vantaggi per ArcelorMittal

Secondo i sindacati, più che un accordo si tratta di «uno stallo che rinvia molti nodi». Dal punto di vista dei lavoratori, la questione non è risolta per due motivi fondamentali: la prima è che la cifra dei 1.700 addetti fa riferimento all’occupazione «a regime», cioè nel 2025, quando sarà completato il nuovo piano industriale che decorre quest’anno. Il che vuol dire che una diminuzione degli occupati nei 5 anni prima della scadenza è quasi una certezza. Non si sa ancora se e quanti saranno messi in cassa integrazione, né quali ammortizzatori sociali sono previsti: scelte che andranno prese entro maggio 2020, ma che dovranno vedersela con l’ostilità dei sindacati alla parola “esuberi”.

Il secondo vantaggio riguarda nello specifico gli investimenti: l’accordo prevede che «i termini e i contenuti del nuovo contratto di investimento dovranno essere negoziati tra gli investitori da un lato e Amlvestco» (la società veicolo con cui ArcelorMittal ha effettuato l’operazione Ilva a metà del 2017). L’accordo va trovato entro il 30 novembre: se entro quella data non si sono trovati dei punti d’intesa, ArcelorMittal potrà svincolarsi col recesso, versando solo una «caparra penitenziale» di 500 milioni. La partita, dunque, è ancora aperta. Ma il vantaggio di ArcelorMittal è indiscutibile.

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