Coronavirus, le sentinelle della Fase 2 sono i medici di base. Ma ancora scarseggiano tamponi e dispositivi di protezione

«Metà dei sanitari uccisi dal Coronavirus era medico di base», ha denunciato il presidente della Simg Clauidio Cricelli. A oltre due mesi dall’inizio dell’epidemia in Italia, non si sono fatti ancora reali progressi sui due nodi cruciali per la prevenzione

Con la discesa della curva dei positivi, ma con ancora alti numeri sulle vittime, la Fase 2 dell’emergenza Coronavirus si giocherà sulla prevenzione dei contagi e sull’alleggerimento degli ospedali. Almeno in teoria, è questa la prospettiva in cui viene inquadrata la “convivenza con il virus” partita lunedì 4 maggio. In pratica, però, poco o niente è cambiato dalla Fase 1, e i medici si trovano ancora ad essere «una voce nel deserto» senza poter contare in molti casi sui dispositivi di protezione di base.

Nuova fase, vecchi problemi. Sul totale di 150 medici deceduti a causa del Covid-19, circa la metà erano medici di base (i dati sono forniti dalla Fnomceo). A loro è ora richiesto di vegliare sugli assistiti, di segnalare repentinamente i casi sospetti per evitare una nuova esplosione di contagi. E, contemporaneamente, di prendersi cura a domicilio dei malati di qualsiasi altra patologia. Tutto questo senza avere le tutele sufficienti a garantire la protezione anche da eventuali casi asintomatici eventualmente presenti nelle diverse famiglie.

«Siamo ancora alle prese con la scarsità di tute, mascherine, guanti, occhiali, copriscarpe», ha detto a Il Giorno Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale. Secondo i calcoli del commissario Domenico Arcuri, all’Italia servono almeno 40 milioni di dispositivi al mese. «Calcolando che i medici sono 46mila – ha detto Cricelli (che per inciso ha 69 anni) – direi che a noi ne servono 5 milioni».

Resta poi irrisolto il nodo sui tamponi. Richiederne uno sembra ancora un’impresa impossibile, anche se a domandarlo per un paziente sospetto è lo stesso medico curante. Eppure, la grande partita della prevenzione si gioca proprio su quest’aspetto: «Se segnaliamo all’ufficio d’igiene un sospetto, va fatto il tampone nel giro di 24-48 ore», insiste Cricelli. «Questo a oggi non è ancora possibile, se non in alcune Regioni, come la Lombardia, che hanno dato il via libera a questo protocollo».

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