Piketty: «La crisi democratica? Colpa degli esperti. Bill Gates? Bene le donazioni ma troppi sconti sulle tasse» – L’intervista

L’economista francese da 6 milioni di copie torna nelle librerie italiane con «Capitale e Ideologia». Invita al cambiamento radicale l’Unione Europea: «Tornassi indietro voterei no al Trattato di Maastricht»

Una conversazione con Thomas Piketty può essere sufficiente per capire come mai l’economista francese, che nel 2013 ha venduto 6 milioni di copie con un libro sul capitale nel XXI secolo, faccia storcere il naso ai puristi della materia.


Non è tanto per aver messo in discussione concetti intoccabili come la proprietà privata o per l’uso sfrontato dello storytelling nella divulgazione di cifre e numeri. Piketty – classe 1971, ricercatore della École des hautes études en sciences sociales di Parigi – proclama senza troppi scrupoli che la crisi democratica e la sfiducia dei cittadini dipendono dal fatto che si è lasciato tutto nelle mani degli esperti.

«Troppe volte ho sentito dire “non sono un economista quindi non posso avere un’opinione” – dice via Zoom, camicia bianca e libreria dello stesso colore alle spalle -. E invece tocca averla per essere un cittadino responsabile e cambiare le cose». Con questo scopo ha scritto Capitale e ideologia, appena uscito con La Nave di Teseo, una sorta di sequel del primo libro che analizza la nascita e lo sviluppo delle disuguaglianze allargando lo sguardo fuori dall’Occidente e offrendo proposte per il futuro.

Probabilmente il raffinato economista Nicolas Baverez lo definirebbe ancora «marxismo da sotto-prefettura». Resta il fatto che mentre il professore Bavarez è poco conosciuto fuori dai confini francesi, Piketty è un esperto diventato star. Così verrà accolto in Italia dove, il prossimo 10 giugno, a Milano, aprirà la Milanesiana.

Esperti vuol dire persone competenti su materie di non facile comprensione.

«È vero che l’economia e la finanza hanno una dimensione tecnica, ma offrendo le categorie di interpretazione giuste si può arrivare a dominarle. È quello che cerco di fare io con i miei libri: offrire strumenti di comprensione che possono aiutare a ripensare il sistema economico. Quelli della sua generazione, e di quelle successive, devono fare un piccolo sforzo e assumersi la responsabilità di non adeguarsi all’esistente».

Si riferisce ai millennial, che da quando sono entrati nel mercato del lavoro hanno subito le due più grandi crisi degli ultimi 50 anni: quella economico-finanziaria prima e quella del Coronavirus poi?

«Il progresso è ancora possibile se la generazione nata negli anni Ottanta comincia – approfondendo la storia – a riflettere in maniera seria, pragmatica e responsabile su come riformare il capitalismo. Quelle precedenti sono state talmente traumatizzate dal crollo dell’Unione Sovietica che hanno smesso di pensare a delle alternative. È arrivato il momento di farlo, il sistema economico non può funzionare più così.

La “democrazia elettorale” ha promosso la globalizzazione convinta che la spinta su innovazione e competizione avrebbe portato benefici alla maggior parte della popolazione, in particolare alla classe media e ai più poveri. A partire dagli anni Ottanta la rotta si è invertita e la globalizzazione ha iniziato a funzionare solo per i super ricchi e le grandi corporation».

Cosa ha causato l’inversione di rotta?

«L’ascesa di Reagan negli Stati Uniti e di Thatcher nel Regno Unito unite al crollo dell’Unione Sovietica hanno portato al dogma della proprietà privata e del mercato come soluzione a tutti i problemi. Allo stesso tempo, la sinistra e le socialdemocrazie, che in passato erano riuscite a ridurre le disuguaglianze, non sono state capaci di reagire al cambiamento. Prendiamo l’istruzione: negli anni Cinquanta e Sessanta fino ai primi Settanta, l’obiettivo politico era l’istruzione di base per una popolazione ampiamente analfabeta.

A partire dagli anni Ottanta, compiuta l’impresa, le sinistre sono diventate i partiti dell’educazione superiore. Hanno cominciato a parlare a quell’elettorato che credeva nella globalizzazione e non considerava alternative alla libera circolazione di capitale. Il commercio internazionale veniva portato avanti senza che ci fossero regole comuni o un regime di tassazione condiviso, in particolare in Europa. A tutti andava bene così. E invece non andava bene per niente! Alla luce di dove siamo oggi, io credo che il trattato di Maastricht sia stato un errore».

Il trattato di Maastricht ha posto le basi per l’Unione Europea

«Era il 1992. Avevo 21 anni, era il mio primo voto. Non mi condanno per aver votato “sì”, né condanno gli altri che l’hanno fatto. Eravamo molto arrabbiati con il comunismo e credevamo che il mercato, la competizione, il merito avrebbero funzionato. Per un periodo è stato così ma poi ci si è spinti troppo oltre».

È curioso come la critica alla globalizzazione che è nata con i movimenti di sinistra – penso ai No global alla fine gli anni Novanta – sia diventata una battaglia delle destre populiste.

«Molti partiti della sinistra europea non hanno avuto il coraggio di mettere in discussione la globalizzazione. Tuttavia voglio essere ottimista: siamo in tempo per costruire una regolamentazione transazionale del capitalismo. Per riuscirci però abbiamo bisogno di un sistema differente di governance in Europa.

Il voto all’unanimità del Consiglio europeo richiesto per le questioni fiscali e quelle relative al budget deve essere abolito. Prendiamo il Recovery Fund: è ridicolo che su un’iniziativa del genere ci debba essere l’ok di tutti. Se Francia, Italia e Spagna sono d’accordo, vuol dire che la maggioranza dei cittadini è a favore e questo consenso esprime anche altro».

Cosa?

«Una visione comune per un’Europa più giusta, in grado di intervenire sulle disparità di reddito introducendo fiscalità progressiva, forme di sostegno, regole comuni. La domanda da farsi diventa: è possibile realizzare questo progetto con l’Europa del voto all’unanimità? La risposta è no. E quindi come facciamo a smantellare questo vincolo? Dobbiamo inventare qualcosa di nuovo.

Di sicuro, il Parlamento deve avere un ruolo più effettivo. Al momento i singoli Stati sono rappresentati dal premier, al massimo dai ministri delle Finanze, che prendono decisioni a porte chiuse all’oscuro di tutti e solo nell’interesse della nazione. Anche per questo molti Paesi si sono opposti al Recovery Fund o hanno posto forti condizioni. Questo modo di procedere crea sempre ostilità e delusione».

Lei crede come alcuni studiosi, il saggista Robert Kaplan per esempio, che la pandemia segni la fine della prima fase della globalizzazione e l’inizio di una seconda?

«Francamente a questo punto non possiamo dirlo. Dopo la crisi del 2008 c’era la speranza di una trasformazione che alla fine non si è compiuta. Le banche centrali hanno salvato il sistema fiscale e sono riuscite a evitare il disastro, e così siamo tornati al business as usual. È possibile che l’entusiasmo legato al Recovery Fund produca lo stesso risultato.

Negli ultimi anni è successo spesso: penso a tutte le riunioni notturne a Bruxelles che terminavano con un ministro che, la mattina dopo, annunciava a gran voce: “Stanotte è stata salvata l’Europa”. Salvo poi realizzare, qualche giorno dopo, spesso il giorno stesso, che non era cambiato nulla».

C’è chi sostiene che la crisi legata al Covid-19 dia ragione a diverse ideologie contemporanee: i socialisti ci vedono la prova della fine del capitalismo, i sovranisti dell’Unione Europea, i castrofisti della fine del mondo. Lei che dice?

«In questo periodo è molto forte la narrativa nazionalista: in Francia vengono pubblicati centinaia di articoli sul confronto con la Germania; e sono tornate tutte quelle odiose discussioni del Nord contro il Sud. Poi la realtà ti dimostra che la Svezia ha la mortalità per Covid-19 più alta d’Europa, e anche Belgio e Olanda hanno numeri disastrosi. Mentre il Portogallo ha lo stesso tasso di mortalità della Germania.

La verità è che è ancora molto difficile capire perché ci sono differenze così importanti tra gli Stati: vige la casualità. Gli esseri umani non amano il caso, vogliono dare un significato a tutto. L’ideologia serve a questo e io conservo una certa simpatia per l’argomento: non condanno una società che vuole risposte.

Di certo non esiste un’ideologia perfetta né si può esagerare con le semplificazioni. Se c’è una cosa che ci ha insegnato la pandemia è che nell’epoca di Big Data sappiamo davvero poco. I dati devono essere interpretati e mediati dalle istituzioni, altrimenti arricchiscono solo le tech company e i milionari».

A proposito di milionari, la senatrice Elizabeth Warren si è ispirata a lei per la tassa sui supermilionari d’America. Sbaglio o non ha molta simpatia neanche per Bill Gates?

«Penso che se avesse pagato le tasse in passato, il suo patrimonio non sarebbe quello che è oggi. Apprezzo il suo impegno per il vaccino ma se ci aggiungesse il denaro degli oneri fiscali mai versati con la sua azienda, allora sì che gli farei i complimenti. Non è che non hai pagato le tasse per tutta la vita e adesso vuoi essere celebrato perché fai qualcosa per gli altri… Non si possono organizzare così le società e poi domandarsi come mai c’è un eccesso di diseguaglianze».

Restiamo in America. Come legge le proteste seguite alla morte dell’afroamericano George Floyd?

«Il lockdown in assenza di uno Stato sociale ha fatto esplodere la situazione. Succede in America perché non esiste un reddito di base, una rete di sicurezza, e un sistema sanitario pubblico. La ricchezza è concentrata nelle mani di pochissimi. Penso che potremmo vedere reazioni simili in altri Paesi».

Quindi secondo lei è più un problema economico legato alle diseguaglianze che al razzismo?

«Il tema razziale e quello sociale negli Stati Uniti sono da sempre molto legati. La politica di entrambi gli schieramenti finora è stata caratterizzata da una certa diffidenza verso il welfare state di cui avrebbero beneficiato certamente gli afroamericani. A questo va aggiunta la mancanza di solidarietà di classe tra neri e bianchi.

Non dimentichiamo però che gli Usa sono stati in grado di sviluppare innovazioni sociali e fiscali incredibili. Nel 1930 hanno introdotto la tassazione progressiva, poi il salario minimo federale, e un sistema di assicurazione per la disoccupazione. In Europa neanche ci pensavano. Il sistema fiscale e sociale fu completamente rinnovato dopo la crisi.

A volte ci piace vedere gli Usa come il regno delle disuguaglianze ma è stato anche l’opposto. Così come la Svezia, ad esempio, celebrata come la paladina dello stato sociale, oggi molto egoista verso la solidarietà europea. I nazionalisti della Polonia, per dire, si sono dimostrati molto più aperti. Ogni Paese è più di un’unica storia».

In copertina: Thomas Piketty. Elaborazione grafica di Vincenzo Monaco

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