«È tornato l’attivismo tra i giovani e il Coronavirus non lo fermerà» – Video

Il 2019 ha visto rifiorire le mobilitazioni, dice il portavoce di Amnesty international in Italia Riccardo Noury: «In Asia alcune iniziative hanno fatto breccia, ora attenzione agli Usa»

È il 4 giugno, ovvero l’anniversario di quella strage che nel 1989 a piazza Tienanmen a Pechino ha segnato col sangue la fine delle proteste di massa guidate dagli studenti. Anche a Hong Kong, oggi, vorrebbero ricordare quel giorno: candele in risposta al divieto di raduno e delle usuali marce civili, formalmente giustificato con l’emergenza Coronavirus.

Nemmeno l’epidemia ferma la lotta qui nell’isola, dove il 2019, 30 anni dopo quella strage che si vuole liberamente commemorare, «è stato un anno di repressione ma anche di resistenza», dice Amnesty International nel Rapporto sui Diritti Umani 2019-2020 presentato proprio oggi. «Il governo cinese ha represso con vigore le libertà che erano state promesse alla popolazione di Hong Kong, in base ai termini del passaggio».

Gli Stati Uniti oggi

«Ci fa riflettere quello che sta avvenendo in relazione alle manifestazioni per la morte di un cittadino nero negli Stati Uniti», aggiunge Gianni Rufini, direttore generale Amnesty International Italia, riferendosi le proteste seguite alla morte dell’afroamericano George Floyd. Condanna totale alle violenze, sempre. Ma rispetto alle scene di questi giorni «la polizia in tutto il paese sta venendo meno ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale di rispettare e facilitare il diritto a proteste pacifiche», aggiunge in queste ore Rachel Ward, direttrice nazionale della ricerca di Amnesty International Usa.

Si aggrava così aggiunge, «una situazione tesa mettendo in pericolo la vita dei manifestanti. Città dopo città, assistiamo ad azioni che potrebbero essere considerate forza non necessaria o eccessiva. Per questo, chiediamo la fine immediata di tale uso della forza e l’applicazione della legge per garantire e proteggere il diritto legale alla protesta».

Giovani in piazza

«I giovani portano in piazza gentilezza, consapevolezza ed educazione», dice Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. «Educazione non nel senso di garbo – non solo, almeno», sorride. Ma anche di formazione, studio, basi civili che condividono con la loro azione.

Fridays for future, ambientalismo, diritti lgbtq, parità di genere, diritti civili. E il 2019 racconta per esempio in Asia che «le proteste e altre iniziative della società civile hanno anche ottenuto successi». In alcuni Paesi, avvocati e attivisti sono riusciti a evitare la ripresa delle esecuzioni. A Taiwan, «hanno lottato per l’uguaglianza dei diritti delle persone Lgbti, ottenendo a maggio il riconoscimento legale dei matrimoni tra persone dello stesso sesso». 

Grafica Vincenzo Monaco

Il 2019 dei diritti umani

Il 2019 è stato l’anno della «repressione contro l’attivismo, e dell’attivismo contro la repressione», ragiona Noury. A una decade di distanza è stato «simile al 2010/2011 quando c’erano milioni di persone in piazza con richieste globali di dignità, diritti e di fine della violenza». Anche l’anno scorso milioni e milioni di persone, per lo più giovani, sono scese in strada per chiedere diritti, giustizia, libertà, dignità, rispetto per l’ambiente, fine della corruzione e delle disuguaglianze.

«Una moltitudine di persone disposte a mettersi di traverso a politiche ingiuste non si vedeva dal 2010, 2011», si legge nel rapporto di Amnesty. Dal Cile all’Iran, da Hong Kong («dove a manifestare è metà della popolazione», chiosa Noury) all’Iraq, dall’Egitto all’Ecuador, dal Sudan («con il risultato della deposizione di un dittatore») al Libano, «hanno sfidato e subito una repressione molto forte. I governi hanno aperto il fuoco contro i loro cittadini, perdendo così ulteriormente fiducia e credibilità».

Poi è arrivato il Coronavirus. E la protesta, nell’era del distanziamento fisico e dei contagi, si è spostata nel virtuale. Ancora, grazie a chi è più giovane e ai social. Al fare rete. «Pensate alla mobilitazione per Patrick Zaky. Ora dobbiamo fare in modo che tutto questo non vada sprecato», avverte il portavoce di Amnesty.

Perché «tanto zelo nel dettagliare violazioni, crimini, sopraffazioni, coartazioni, limitazioni e abusi? In fondo, che questo mondo sia pieno di orrori, non è una novità», scrive Moni Ovadia nella prefazione del Rapporto edito da Infinito edizioni.

«Chiunque facesse un’affermazione generica come: “Quante brutalità in questo mondo”, si ritroverebbe circondato da persone che assentono con aria grave. Ma l’affermazione generica è pura retorica e ha lo scopo di assolvere chi la pronuncia e di cooptare nell’assoluzione coloro che assentono. È tanto ipocrita, quanto inutile», attacca Ovadia. «La lettura del Rapporto di Amnesty International ci interroga e ci sollecita a impegnarci, perché incalza la nostra coscienza attraverso una conoscenza precisa, dettagliata, inesorabile».

In copertina ANSA/Massimo Percossi | Riccardo Noury Portavoce di Amnesty durante la conferenza stampa all’interno della sala Nassiriya a Palazzo Madama, 4 aprile 2017 a Roma.

Elaborazione grafica Vincenzo Monaco

Video OPEN/Angela Gennaro | Intervista a Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia.

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