Maturità 2020, diario di un presidente di commissione: altro che lacrime dei ragazzi. Alla fine i più commossi sono i prof

Cronache di un docente incaricato di presiedere la giungla dell’esame ai tempi della pandemia

Pronti, si parte. Albeggia sulla Maturadeldistanziamentosociale. Alle 7.45 il primo candidato è già davanti ai cancelli. Ne sente la responsabilità, il peso. Trema, visibilmente. C’è la mamma con lui, (icona protettiva, antico talismano di successo), i compagni non possono partecipare (e probabilmente a quest’ora non sarebbero venuti comunque, niente di nuovo).

Entrano in aula con la sedia in mano, come da protocollo Coronavirus. «Omnia mea mecum porto», gigioneggiava già Orazio. Nel momento più alto del loro percorso scolastico, l’ingresso non è dei più trionfali, i più gracili trascinano la sedia, come condannati costretti a portarsi da casa la propria sedia elettrica, un po’ goffi, o la sollevano i giovanetti Maciste. Un approccio che di certo non li mette a loro agio, imperavano degli Inspektor di ieri. Poi la firma e il controllo documenti: tocco la biro? Uso la mia? L’ha toccata il Presidente? Parte il balletto igienizzante di guanti all’uopo, un cerimoniale di dubbi e timidezze, indietreggiamenti. La biro viene nettata e il foglio firmato da lontano. Uno scarabocchio gettato nell’aria.

Progetto mio progetto

Si siede, infine, toglie la mascherina (si può, anzi si deve), prende fiato e parte con la prima delle cinque parti del colloquio: la materia caratterizzante il corso di studi, quindici minuti di intima, malcelata soddisfazione per il candidato, in cui illustra il suo progetto, l’unica cosa che abbia fatto da solo nei cinque anni, unico parto. Lo recita come chi ha pescato il jolly o cala la briscola. Il professore non mette becco, uno sproloquio (monologo sarebbe troppo) con i commissari plaudenti. Guizzi di sopracciglia ad annuire in un silenzioso compiacimento per tanto sapere del rampollo. Poi italiano: il prof crea la suspense, indicando numeri di pagine, di riga, di punti da rintracciare nel libro di testo, con gli astanti che aspettano di conoscere il nome dell’autore del brano che il ragazzo in poche righe dovrà riconoscere. E….. lo azzecca! (era concordato?).

Il prossimo passo è l’orale interdisciplinare. Il nulla. Si proietta una immagine o una frase, dalla quale partendo, il candidato, l’esaminando, il maturando deve articolare il suo esame, sgroppando fra le più diverse discipline, inanellando improbabili intrecci, in precario equilibrio fra competenze e improvvisazioni à la carte. Si era detto che il bustone sarebbe sparito. E invece no. Ma quest’anno tutto è tiepido, a volo d’angelo, senza quesiti, solo teste annuenti di docenti talvolta compiaciuti, altre meno. È passato lo scoglio più infido. Ora si vola: alternanza scuola-lavoro (che oggi si chiama PCTO, per semplificare), gli studenti si scaldano di nuovo, qui diventa chiaro: il sapere si liquefa, si dissolve, annega nel  progettificio.

Un premier… riservato?

Gran finale il domandone di cittadinanza (di cui purtroppo non frega niente a nessuno). Vengono fuori le cose più strane: la proprietà di linguaggio è passata ormai all’ultimo posto, si confondono i campi semantici: «il presidente del Consiglio accetta l’incarico» invece che «con riserva», «con riservatezza»; la positività diventa un filosofico positivismo (Massì!), si appoggiano cento volte per prendere fiato, non chiarezza al pausato «diciamo…» si aggrappano al mancorrente dei  «comehoddettoprima». Ma alla fine si fanno perdonare tutto,  ringraziando i prof per questi cinque meravigliosi anni, dichiarano la felicità di rivederli, sono contenti di essere tornati a scuola anche se solo per un attimo e tra una lacrima e un sorriso il Covidesame termina. Avanti un altro! Entra una sedia traballando…

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