Coronavirus, l’ultimo studio di Lancet: i malati “debolmente positivi” non infettano gli altri

Lo studio è stato guidato dall’università di Pavia. Potrebbe permettere a chi è ancora positivo di tornare al lavoro se il suo tampone ha bassa carica virale

Uno studio appena pubblicato da Lancet e basato su una ricerca guidata dall’università di Pavia potrebbe cambiare la prospettiva su quanto siano effettivamente “infettivi” i pazienti positivi al tampone per il Coronavirus ma con debole carica virale.

Secondo il draft appena pubblicato, ma già reso pubblico anche dalla pagina Facebook della Regione Lombardia, infatti, tra i pazienti che sono risultati positivi al tampone nasale ci sarebbe un numero “sostanziale”, valutato tra il 15 e il 17% che “rimane” positivo anche dopo il doppio tampone e i canonici 14 giorni di quarantena.

Queste persone sono spesso costrette a cicli di quarantena senza fine di test e isolamento. Ora, però, secondo lo studio di Lancet sarebbe possibile isolare chi ha bassa carica virale e di fatto è positivo ma non più infettivo ma sta, nella fase finale della malattia “eliminando le scorie della malattia”.

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I ricercatori pubblicati da Lancet hanno analizzato 274 tamponi nasali prelevati da pazienti residenti in Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana che mostravano un basso valore di soglia del ciclo di quantità di carica virale nei tamponi.

La prudenza dei ricercatori

Il draft di Lancet conclude specificando che la ricerca è importante sia per gli individui, che potrebbero tornare al lavoro e alla vita sociale senza timori, sia dal punto di vista epidemiologico: potrebbe essere scorretto considerare questi tamponi a bassa carica virale nel conteggio dei positivi.

I dati analizzati non vengono considerati assolutamente certi, perché ci potrebbero essere stati problemi nella conservazione dei campioni, che vengono da laboratori diversi, ma, conclude lo studio, c’è coerenza tra la tipologia di campionamento. Dunque il passo avanti nella ricerca potrebbe essere serio.

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