Nathan Law lascia Hong Kong, l’attivista in autoesilio dopo la legge di sicurezza nazionale imposta da Pechino

La contestazione studentesca e il movimento indipendentista Demosisto sono solitamente associati al nome di Joshua Wong. Ma al suo fianco c’è sempre stato Nathan Law, attivista e deputato, da oggi in autoesilio

«Osservo dall’aereo Hong Kong in tutto il suo splendore, questa immagine resterà per sempre indelebile nella mia mente». Forse Nathan Law non ha veramente scritto il suo messaggio di addio a Hong Kong dall’aereo, mentre i grattacieli della città scomparivano sotto le nuvole, ma ciò che è certo è che l’attivista pro-indipendenza, il più giovane deputato a essere stato mai eletto al Consiglio legislativo di Hong Kong, oggi 26enne, non vuole farsi trovare. Nel messaggio consegnato alla stampa estera ha detto di non voler rivelare ulteriori dettagli sulla sua destinazione, visti i rischi che corre, ma ha confermato di voler continuare il suo lavoro per la causa.


Oggi la conferma sul suo account Twitter. «Come attivista globale, le scelte che ho sono nette: rimanere in silenzio da ora in poi, o continuare a impegnarmi nella diplomazia privata in modo da poter avvertire il mondo della minaccia dell’espansione autoritaria cinese – scrive Law -. Ho preso la decisione quando ho accettato di testimoniare prima al Congresso degli Stati Uniti». Ieri, mentre a Hong Kong entrava in vigore la nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino, Law si era collegato in videoconferenza con il Congresso americano. Una seduta durata tre ore e mezza per raccontare come la nuova legge segni un punto di non ritorno nella storia di Hong Kong e una minaccia per tutti coloro che, come lui, aspirano all’autonomia dalla Cina, almeno fino al 2047, come stabilito dal precetto “un paese, due sistemi” alla base dell’accordo con cui i territori di Hong Kong passarono dall’impero britannico alla Cina nel 1997.

La legge sulla sicurezza nazionale taglia le gambe al movimento pro-indipendenza. È la fine di un’era?

Quegli accordi prevedevano, tra le varie cose, l’autonomia di Hong Kong dal punto di vista legislativo; una garanzia che i suoi cittadini avrebbero potuto godere di libertà – come la libertà di espressione e di assemblea – che non esistono nella Cina continentale e che la legge di sicurezza nazionale approvata martedì dalla Cina – senza alcuna discussione pubblica – compromette irrimediabilmente. La difesa di Pechino e della governatrice di Hong Kong Carrie Lam è che la nuova legge comporterà “soltanto” l’arresto di chi compie attività terroristiche e atti di sedizione, sovversione e secessione. Insomma, punirà chi cerca con la violenza di sottrarre Hong Kong alla Cina, violando l’accordo che destina la città, fulcro del capitalismo asiatico, a diventare parte dello stato comunista entro la metà del secolo.

Ma gli eventi del 1 luglio hanno dimostrato che così non sarà. Decine di persone sono state arrestate durante una manifestazione organizzata – come avviene ogni anno – per celebrare l’indipendenza di Hong Kong dall’impero britannico. Una persona è stata perfino fermata perché aveva esposto una bandiera pro-indipendenza.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche degli ultimi giorni, la legge – che è ancora avvolta nel mistero – crea un ufficio di sicurezza nazionale cinese a Hong Kong, dando a Pechino il potere di scavalcare le leggi locali. Inoltre, i processi per casi di sedizione potranno svolgersi in Cina. Un dettaglio non da poco visto che era stata proprio una legge sull’estradizione in Cina dei cittadini di Hong Kong, nel marzo del 2019, a far scoppiare le manifestazioni pro-indipendenza, diventate poi movimento di massa.

Con il passare di settimane e di mesi la protesta si era allargata: tra le varie richieste degli attivisti c’erano anche le dimissioni della governatrice Carrie Lam e la creazione di una commissione d’inchiesta sulla brutalità della polizia. Come nel 2014, durante le proteste degli ombrelli, erano stati giovani attivisti come Joshua Wong e Nathan Law e gli studenti universitari della città ad iniettare idealismo e spregiudicatezza nel movimento. Da ieri Demosisto non esiste più: si sono sciolti il 30 giugno per protesta – e per pragmatismo, sostengono i fondatori. Impossibile continuare vista la trasformazione di Hong Kong in un «regime di stato di polizia segreta» ha scritto Wong su Twitter.

Con l’autoesilio di Law il movimento perde un altro pezzo. Wong – per il momento almeno – è ancora a Hong Kong. Su Twitter Law ha scritto che la sua decisione avrebbe inevitabilmente attratto critiche, alcune delle quali frutto di «cattive intenzioni». (Wong ha condiviso il thread sul suo account a testimonianza che i rapporti tra i due non sono compromessi. L’account Twitter di un’altra delle fondatrici del movimento, Agnes Chow, è fermo al 30 giugno).

Sicuramente è un momento in cui molti attivisti, che per anni si sono battuti per l’autonomia di Hong Kong devono decidere se e come continuare la loro battaglia. Una scelta difficile. Law – che è stato cacciato dal Consiglio legislativo di Hong Kong dopo appena un anno – vuole essere ottimista. «Spero che verrà il giorno in cui potrò tornare di nuovo a Hong Kong e potrò ancora essere quel ragazzo che non si è dimenticato delle sue aspirazioni iniziali», scrive su Twitter. Nel frattempo il Congresso Usa ha approvato nuove sanzioni contro la Cina. Manca solo la firma di Donald Trump.

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