Parla Lorenzo Donnoli, la Sardina aggredita perché omosessuale: «Voleva picchiarmi, ora ho paura di uscire»

«Me ne sono sempre fregato di quello che pensano gli altri», racconta. Ma ora ha paura di tornare a casa da solo. E denuncia il «senso di impunità» degli omofobi

«”Frocio di merda”, gridava, “Brutto frocio di merda, ti ammazzo!”. Non riuscivo a smettere di tremare». Ennesimo episodio di omofobia in Italia, questa volta a Bologna. Il protagonista è Lorenzo Donnoli, portavoce nazionale delle 6.000 Sardine, dichiaratamente gay. «Sono sempre stato me stesso, non ho mai limitato la mia felicità», racconta a Open.

Ma da ieri, 9 luglio, gli resterà impressa una cicatrice che, inevitabilmente, condizionerà la sua libertà: «Ho paura di tornare in quel parco, sul mio posto di lavoro. Dovrò guardarmi alle spalle perché temo che quell’uomo possa tornare ad aggredirmi». racconta. Donnoli è stato vittima di insulti, minacce e un tentativo di aggressione, alle 5 e mezza di pomeriggio, nel Parco 11 settembre del capoluogo emiliano.

Donnoli, cosa ci facevi in quel parco?

«È il luogo dove lavoro, un parco bellissimo a Bologna: uno spazio pensato per l’inclusione, dove lavorano persone straniere, con disabilità. Ci sono cartelli in Braille per i non vedenti, giochi in legno per i bambini: è un parco davvero inclusivo e io lavoro lì, in un chiosco. A un certo punto, però, assisto a una scena spiacevole e decido di intervenire».

Che è successo?

«Stavo andando a cambiarmi perché di lì a poco sarei entrato in servizio, quando su una panchina di fronte al chiosco una persona originaria del subcontinente indiano chiede a un italiano, sulla cinquantina, di potersi sedere. La panchina era per quattro persone, ma lui la occupava tutta. Prima gli ha risposto di no, scocciato. Poi il borbottio si è trasformato in urla: “Stronzo, pezzo di merda, te ne devi andare”. Quella persona non era stata nemmeno insistente, anzi: aveva capito che si trattava di un razzista e se ne stava andando via. All’ennesimo “Mi fai schifo”, sono intervenuto».

Cosa gli ha detto? Hai fatto delle provocazioni?

«Macché. Con tutta la calma del mondo – anche perché stavo per iniziare il turno di lavoro – mi sono avvicinato per dirgli “Guardi che non decide lei chi può sedersi su una panchina di un parco pubblico”. Lui sembrava che avesse capito, ho avuto anche l’impressione che mi abbia riconosciuto, e se n’è andato via dal parco».

Quindi non è avvenuta lì l’aggressione?

«Sono tornato sul retro del chiosco e stavo facendo una telefonata di lavoro. Mancavano pochi minuti alle 6, l’inizio del turno. A un certo punto vedo quello stesso uomo tornare nel parco a tutta velocità con la sua bici. La scaraventa a terra e mi corre incontro avvicinando la sua faccia a un centimetro dalla mia».

Hai chiesto aiuto a qualcuno?

«Non ne ho avuto il tempo, ero impietrito. Ha iniziato a spingermi e a gridare “Frocio di merda!” e altre minacce. “Sei un frocio di merda, io ti ammazzo!”. Ha iniziato a spingermi. Io indietreggiavo, ma lui veniva addosso agitando le mani, come se stesse per picchiarmi. L’avrebbe fatto se due colleghe, sentendo le sue grida, non fossero intervenute».

Sono riuscite ad allontanarlo?

«No. Una di loro mi ha tirato via e portato correndo dentro il chiosco, mentre l’altra cercava di creare spazio tra noi. Mi hanno chiuso all’interno con un catenaccio. Quell’uomo è rimasto lì a gridare e a fissarmi per minuti. Poi, dopo un po’ di tempo che ho provato a ignorarlo – ma in realtà ero spaventatissimo -, se n’è andato».

Sei riuscito a riprendere il lavoro?

«Ho lavorato, ma in realtà ho passato la maggior parte del tempo a guardarmi intorno con il terrore che potesse tornare. Tremavo, ho tremato per ore senza riuscire a fermarmi. Mi hanno accompagnato a casa per non farmi tornare da solo, ma non sono riuscito a dormire per lo spavento».

Hai paura?

«Sì, anche perché mi hanno detto che è un frequentatore abituale del parco. Ogni volta che lo attraverserò, d’ora in avanti, sarò con il telefono in mano pronto a chiamare la polizia se lo vedo. Anche perché temo che tornerà ad aggredirmi per finire di dare sfogo alla sua violenza inconclusa, a quella frustrazione repressa di non essere riuscito a picchiarmi».

Denuncerai?

«Oggi pomeriggio, prima di andare al lavoro, andrò a denunciare dai carabinieri».

È la prima volta che sei vittima di un episodio di omofobia a Bologna, città dove vivi?

«La seconda. Due anni fa avevo subito un’aggressione perché passeggiavo, di sera, nei pressi di Piazza Maggiore, a braccetto con il mio fidanzato. Anche lì, un gruppo di ragazzi ha iniziato a gridare “Froci, froci” e poi ci hanno preso di mira lanciandoci contro delle bottiglie di vetro. Siamo riusciti a scappare, abbiamo chiamato la polizia ma quando la volante è arrivata quei tipi erano già andati via».

La tua libertà, secondo te, ora è compromessa?

«Me ne sono sempre fregato di quello che pensano gli altri. Sarò sempre me stesso, rispettando la mia natura e il mio senso di felicità. Però non nascondo che dopo questi episodi, quando mi capita di tornare a a casa a piedi da solo ho paura: avverto che c’è in Italia un clima di odio nei confronti degli omosessuali. La cosa grave è che gli omofobi agiscono con un senso di impunità perché non c’è una legge che ci difende: manca l’aggravante dell’odio omofobo nel nostro impianto normativo».

Ieri sarebbe potuta andare peggio.

«Se non fosse stato pieno giorno e se non ci fossero state le mie colleghe a difendermi, mi avrebbe spaccato la faccia. Era quella la sua intenzione. A Pescara, qualche giorno fa, è successo. Sinceramente mi sorprende che capiti anche a Bologna, città italiana baluardo dei diritti lgbtq e dell’inclusione sociale. Se succede qui, non oso immaginare i rischi che corrono i ragazzi nei paesini da Aosta a Pozzallo».

Pensi che la legge Zan sia necessaria?

«Come Sardina, come Lorenzo, sostengo questa legge. Ci vuole una battaglia politica e culturale in Italia: c’è bisogno del matrimonio ugualitario, delle adozioni omogenitoriali, occorre quanto prima rendere davvero uguali tutte le persone. Non voglio più pensare, come facevo da piccolo, di dover lasciare questo Paese e trasferirmi altrove per vivere più tranquillamente. L’aggressione di ieri l’ho avvertita come un segnale: il 27 settembre si vota in Parlamento questa legge e adesso sento di dovermi impegnare ancora di più affinché venga approvata».

Un consiglio per chi si trova nella tua stessa situazione?

«È triste da dire, ma bisogna stare attenti. Certo, non occorre rinunciare a essere se stessi, ma in determinati orari e situazioni è meglio non essere da soli. Stare in gruppo è sempre una protezione in più. Poi è vero, ci dovrebbero essere delle leggi a proteggerci, ma visto che manca in Italia un impianto legislativo in difesa degli omosessuali, una forma di “sicurezza a breve termine” può essere evitare di camminare da soli per strada in certi luoghi e orari. Soprattutto, se accadesse qualcosa di brutto, non bisogna avere paura di denunciare. Occorre costringere lo Stato a proteggerci, visto che le leggi sono ancora inadeguate».

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