Blocco dei licenziamenti, come funziona nei vari Paesi dell’Unione europea

In Italia il decreto Agosto ha esteso il divieto già in vigore dal 17 marzo. Dalla Germania alla Spagna: cosa dice la legge negli altri Stati

Il decreto Agosto varato dal governo ha esteso il divieto di intimare licenziamenti (già in vigore dal 17 marzo) in base a un complicato meccanismo definito “mobile”. In estrema sintesi, le aziende che decidono di avvalersi delle ulteriori 18 settimane di cassa integrazione concesse per l’emergenza Coronavirus non potranno licenziare fino alla fine della loro fruizione entro il 31 dicembre 2020.

No ai licenziamenti prima di fine novembre

Le aziende che non vorranno fruire della cassa optando per lo sgravio contributivo di quattro mesi potranno licenziare soltanto al termine di tale periodo (non prima di fine novembre). Sono tuttavia esclusi dal provvedimento i licenziamenti per motivi disciplinari, quelli per cessazione dell’attività aziendale, quelli per fallimento ove non vi sia esercizio provvisorio dell’attività e quelli incentivati per effetto di accordo sindacale. Non rientrano nel divieto nemmeno i licenziamenti intimati ai dirigenti, anche se per questi ultimi non vi è un’esclusione esplicita.

Tralasciando la questione di legittimità costituzionale o meno della norma che, al momento, sarebbe come parlare del sesso degli angeli, occorre una riflessione sui reali benefici che l’estensione del divieto di licenziare può portare alla nostra economia ovvero danneggiarla seriamente e in modo irreversibile. Prima di trarre affrettate conclusioni affacciamoci dalla finestra e vediamo come i nostri vicini di casa del condominio Ue stanno gestendo l’emergenza Covid.

In Germania e Olanda nessun blocco, solo sussidi

In Germania a vietare i licenziamenti non ci pensano proprio: è prevista invece una sorta di cassa integrazione che copre tra il 60 e il 67% dello stipendio netto per le ore ridotte. Anche in Olanda di blocco ai licenziamenti non se ne è mai parlato. Il governo scoraggia i licenziamenti offrendo sussidi (cosiddetto schema NOW) a chi ne possiede i requisiti (ad esempio perdita del fatturato del 20% per 4 mesi) rimborsando parte degli stipendi dei lavoratori. Naturalmente il sussidio decade se il dipendente viene poi licenziato. 

Nulla da segnalare nemmeno nel Regno Unito dove non vige alcun divieto di licenziamento. In via del tutto eccezionale da marzo esiste il “furlough”, una sorta di periodo di aspettativa non retribuita del lavoratore che riceve un sussidio dallo stato. Questa grande innovazione corrisponde, più o meno, alla nostra ormai decana cassa integrazione. Da questi Paesi del resto ci si poteva aspettare questo approccio. Ma sbirciamo anche nel giardino di Paesi più simili al nostro di tradizione più socialista, come la Spagna e la Francia, per vedere se anche la loro erba è più verde della nostra.

I discussi aiuti alle imprese francesi

Sorprendentemente anche in Francia non vige un vero e proprio divieto di licenziare, anche se è controverso se le imprese che abbiano fruito di aiuti di Stato durante l’emergenza Covid possano liberamente licenziare. L’attuale trend è negoziare accordi collettivi per la modifica dei termini del rapporto di lavoro in cambio dell’impegno a non licenziare, la riduzione degli stipendi del management e la non distribuzione dei dividendi agli azionisti.

Del resto si sa come sono i francesi, se la testa del re non rotola nella cesta…Infine anche in Spagna non esiste un divieto in senso stretto anche se i licenziamenti per motivi economici collegati all’emergenza Covid sono ritenuti illegittimi fino al 30 settembre e, dunque, ci sono forti limitazioni.

Negli altri Paesi Ue la scelta spetta all’azienda

Riassumendo, in tutti i grandi Paesi europei esistono aiuti di Stato simili ai nostri, con la differenza che spetta all’azienda la scelta se fruirne o licenziare il personale per alleggerire i costi. Tornando a noi il timore è che la strada intrapresa dal governo possa essere eccessivamente punitiva per le aziende, anche se sostenuta da sgravi contributivi e dalla cassa integrazione guadagni.

Resta comunque il rischio che i licenziamenti di domani possano essere molti di più di quelli che avrebbero potuto essere intimati oggi. Se poi per questo motivo il provvedimento del blocco fosse ulteriormente prolungato o diventasse strutturale, come qualcuno ha ipotizzato, potrebbe essere l’ennesimo spauracchio per chi un domani vorrà investire nel nostro paese.

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