Coronavirus, quanto è importante l’indice Rt? Per l’Iss può essere sottostimato. Il virologo Maga: «Colpa degli asintomatici» – L’intervista

L’indice Rt calcola il numero di persone che vengono contagiate da un infetto. Secondo l’Iss questo valore sta diventando poco affidabile. Spiega perché il direttore dell’istituto di genetica molecolare Luigi Sforza

Da quando è cominciata la pandemia di Coronavirus, una serie di termini scientifici sono entrati nel linguaggio comune. A gennaio solo chi si occupava di biologia o statistica conosceva il significato degli indici R0 e Rt, ma negli ultimi mesi capire a cosa si riferiscono questi valori è diventato fondamentale per chiunque voglia decifrare lo stato del contagio.

Dopo la fine del lockdown l’indice Rt è diventata la soglia a cui prestare attenzione per evitare nuove chiusure: se era superiore a 1 voleva dire che nonostante tutte le precauzioni il virus era tornato ad essere pericoloso. Con un Rt pari o superiore a 1, infatti, ogni persona infetta ne ha infettata almeno un’altra. Nell’ultimo bollettino settimanale pubblico dall’Istituto superiore di sanità (Iss) questo valore è stato messo in discussione.

Secondo gli esperti dell’Iss, l’indice Rt «potrebbe sottostimare leggermente la reale trasmissione del virus a livello nazionale». L’indice a livello nazionale è stato fissato a 0,83 per la settimana tra il 30 luglio e il 12 agosto. Il rischio che si tratti di una stima al ribasso è dovuto al fatto che questo valore è stato calcolato contando solo i casi sintomatici. A spiegare meglio le parole dell’Iss è Giovanni Maga, direttore dell’istituto di genetica molecolare Luigi Sforza.

Torniamo ai primi mesi dell’epidemia. Perchè siamo passati dall’indice R0 all’indice Rt?

«L’indice R0 indica il numero di persone che possono essere contagiate da un singolo caso infetto. Nelle prime settimane di diffusione del Coronavirus in Italia questo valore era stimato tra due e tre. Durante l’epidemia le cose sono cambiate, per diversi motivi. L’indice Rt invece indica il numero delle persone che vengono contagiate effettivamente. Per questo si tratta di un valore che cambia in base alle misure prese per arginare l’epidemia».

Inizialmente la soglia di allarme per Rt era uguale a 1.

«Dato che questo valore indica a quante persone può trasmettere il virus un infetto, quando è uguale a 1 noi non abbiamo più un’epidemia ma un’endemia: una circolazione del virus che è più o meno stabile. Il valore 1 quindi è il valore di riferimento in epidemiologia per distinguere tra una fase di crescita e una fase stabile. Sotto 1 l’epidemia si spegne».

Perchè l’Iss non considera più del tutto affidabile questo indice?

«Facciamo una premessa. È un fatto noto a tutti gli epidemiologi che il calcolo del numero R durante un’epidemia è soggetto a molte variabili. Si guardano quanto sono aumentati i casi e si stima il livello di diffusione. C’è un’incertezza di base che dipende dalla qualità dei dati: i pazienti sintomatici rappresentano il dato più certo. È per questo che si parte da loro. Nelle ultime settimane ci siamo resi conto che la maggior parte dei casi sono asintomatici. Questo vuol dire che il dato può essere sottostimato e indicare un livello di diffusione dell’epidemia più basso».

Stiamo per abbandonare il calcolo dell’indice Rt?

«Il calcolo dell’indice Rt non verrà abbandonato. Al di là delle incertezze sarà comunque un parametro importante per valutare l’epidemia. Bisogna essere chiari: il tracciamento dei casi asintomatici non è mai completo».

Quali sono i numeri da guardare allora?

«Quello che è importante è guardare la crescita della popolazione delle persone infette. Bisogna vedere quante di queste arrivano in ospedale o in terapia intensiva. Al momento i dati sono molto bassi».

La domanda che cominciano a farsi tutti: arriveremo a un nuovo lockdown?

«La cosa difficile da gestire di questo virus è la pressione sul sistema sanitario. Se di 1.000 persone, 500 finiscono in ospedale, le cose cominciano a diventare pesanti. È difficile però che ci faremo sorprendere dall’epidemia come successo a marzo. Bisogna stare attenti ai focolai locali e chiuderli prima di arrivare a un lockdown generalizzato».

Come giudica l’apporto dell’app Immuni?

«L’app Immuni non ha avuto un grande successo. È uno strumento utile ma la sua utilità è proporzionale al numero di persone che la useranno. Forse varrebbe la pena investire un po’ di più nella comunicazione istituzionale. Ma da sola l’app non basta: se noi scarichiamo l’app e non mettiamo la mascherina, abbiamo perso tutto il vantaggio».

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