Taglio dei parlamentari, il costituzionalista Ainis: «Bene il referendum senza quorum, lo toglierei da tutte le consultazioni» – L’intervista

«Il numero di deputati e senatori? Fanno più danni le liste bloccate», dice a Open. E sul voto di settembre: «Penso che vincerà il Sì»

«Fa molti più danni al rapporto tra rappresentante e rappresentato il fatto che ci siano le liste bloccate, che non il numero dei parlamentari. Se anziché 1.000 parlamentari ne abbiamo 100, la domanda è: questi 100 da chi sono scelti? Da quattro segretari di partito o dagli elettori?». Raggiunto da Open il costituzionalista Michele Ainis non si sbilancia sul Sì o sul No al referendum sul taglio dei parlamentari, ma fa il punto su ciò che è in ballo e di una cosa è certo: «Chiaro che questa riforma ha bisogno di essere completata, iniziando dai regolamenti parlamentari, ma in realtà ci dovremmo domandare quanto funzioni il Parlamento adesso».

A meno di un mese dal referendum confermativo sul taglio dei parlamentari sembra crescere il fronte del No, alimentando un dibattito quasi assente durante l’iter di approvazione della legge. Funzionamento delle Camere, principio di rappresentanza, equilibrio tra i poteri, i temi sul tavolo del confronto, ma la parola definitiva spetta adesso agli elettori. La consultazione non prevede, a differenza del referendum abrogativo, il raggiungimento di un quorum: il referendum sarà dunque valido indipendentemente dal numero di elettori partecipanti. Per capirne di più ne abbiamo parlato con Ainis.

Professor Ainis il referendum per il quale voteremo non prevede un quorum, a differenza di quello abrogativo: come mai i padri costituenti decisero così?

«A dire il vero i padri costituenti non si posero il problema del quorum nel caso del referendum costituzionale. La discussione fu piuttosto sommaria. Furono avanzate varie proposte sulla procedura complessiva. Si pensi a quella più forte che prevedeva lo scioglimento delle Camere, dopo l’approvazione di una riforma, e poi un altro voto delle nuove Camere insediate. Ma, nello specifico, non si posero il problema del quorum. Tuttavia Costantino Mortati, che fu relatore in Assemblea costituente per la parte dei referendum, oltre che illustre costituzionalista, risponde alla domanda in questo modo: il referendum abrogativo è un unico procedimento che riguarda una legge in vigore. Dunque tale procedimento unico deve avere delle garanzie, tra queste quella del quorum. Invece il referendum costituzionale è una fase eventuale di un procedimento molto più ampio, che passa attraverso il doppio voto delle Camere. Quindi la necessità di questa ulteriore garanzia non si avverte, proprio perché è solo una fase di un procedimento più complesso».

Ma lei che ne pensa del quorum?

«Il quorum serve per testare la serietà di una consultazione popolare. Se partecipassimo solo io e mia nonna, non dovremmo poter certificare la volontà di tutto il popolo italiano. Questa è la ratio del quorum. Tuttavia ho sempre pensato che sia un argomento che prova troppo. Personalmente toglierei il quorum dal referendum abrogativo, anziché aggiungerlo a quello costituzionale. Si pensi alle elezioni politiche: se andasse a votare un solo elettore per circoscrizione, comunque si eleggerebbe l’intero Parlamento».

Parlando della riforma, un taglio lineare come questo, slegato da una complessiva riforma istituzionale, può consentire poi al Parlamento di funzionare?

«Ci dovremmo domandare quanto funzioni il Parlamento adesso. Chiaro che questa riforma ha bisogno di essere completata, iniziando dai regolamenti parlamentari. Ad esempio: se io cambio la legge elettorale poi devo ridisegnare i collegi. Dunque non posso più cambiare legge elettorale perché, prima, devo cambiare i collegi? No. Prima faccio uno poi l’altro. Ci sono alcuni che dicono: non si può votare sì a questa riforma perché è necessaria una modifica dei regolamenti parlamentari. È lo stesso argomento per cui uno potrebbe dire: la legge elettorale è eterna, non la posso modificare, perché se la modifico ho bisogno poi di rivedere tutte le circoscrizioni».

È in pericolo il principio di rappresentanza con questo taglio?

«Quando ci fu la discussione in Assemblea costituente, si discusse anche dei numeri del nuovo Parlamento. Togliatti era preoccupato del fatto che pochi parlamentari avrebbero causato un deficit di rappresentanza. Lui sosteneva che un parlamentare dovesse conoscere gli elettori del proprio collegio, stare con loro, ma se ne avesse rappresentati troppi sarebbe stato un problema. Questo dunque è un argomento antico. Ma se io, attualmente, domandassi a un cittadino chi è il parlamentare della sua città, dubito mi saprebbe rispondere. Fa molti più danni al rapporto tra rappresentante e rappresentato il fatto che ci siano le liste bloccate, che non il numero dei parlamentari. E vedrà che le liste bloccate ci saranno anche nella nuova legge elettorale. Se anziché 1.000 parlamentari ne abbiamo 100, la domanda è: questi 100 da chi sono scelti? Da quattro segretari di partito o dagli elettori?».

A meno di un mese dalla consultazione sembra compattarsi un fronte del No. Come andrà a finire secondo lei?

«Non credo che il voto possa rispecchiare la proporzione che c’è stata nell’ultima votazione in Parlamento, quando la riforma è stata votata quasi all’unanimità. Questo non penso possa accadere al referendum. Sarà molto importante l’affluenza, perché i No sono più motivati dei Sì in questa battaglia. Però, se dovessi scommettere, penso che vincerà il Sì».

Con la riduzione del numero dei parlamentari cambierà l’equilibrio tra poteri dello Stato?

«Oggi un singolo parlamentare nessuno lo conosce. Conta poco. Lei pensi alla differenza con i 100 senatori americani. Se il Parlamento da questa riforma, ma dipenderà anche dalla legge elettorale, riuscirà a recuperare prestigio, riconoscibilità, autorevolezza, l’equilibrio tra i poteri tornerebbe più vicino a quello pensato dai costituenti. Oggi c’è un assoluto predominio dell’esecutivo sul legislativo».

Professore, si prova a tagliare il numero dei parlamentari, superando contestualmente il bicameralismo perfetto, da circa quarant’anni. Perché nessuno ci è mai riuscito?

«Per la stessa ragione per cui non si è cambiata la forma di governo in forma presidenziale, non si è cambiata la struttura dello Stato in senso davvero federale. Per la stessa ragione per cui le riforme più ambiziose non sono mai andate in porto. Le Costituzioni non nascono a tavolino. Nascono nei tornanti della storia, che sono sempre drammatici. Sono mancate finora le condizioni storiche, a meno che la Covid-19 non ci faccia piombare in una tragedia peggiore di quella che viviamo adesso. Si pensi alla Francia, dove per cambiare la Costituzione c’è voluta la guerra d’Algeria. Ogni nuova Costituzione è una sorta di palingenesi, ma questa ha bisogno di condizioni storiche irripetibili».

Va superato il bicameralismo perfetto secondo lei?

«Vede, il mio amico Vittorio Sgarbi dice: “Se una cosa è perfetta, perché la vuoi cambiare in una imperfetta?”».

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